Sul referendum

Non sono un sostenitore del referendum elettorale proposto da molti, illustri esperti e cerco di argomentare le ragioni della mia contrarietà e – quindi – del mio probabile “NO” in caso di un voto.

Intendiamoci, non sono favorevole all’attuale normativa. La legge vigente è ributtante e ne riassumo qui per punti le storture più evidenti:

  1. indicazione di un candidato premier all’atto del deposito delle liste, in palese contraddittorietà con l’art. 92 della Costituzione, che attribuisce al Capo dello Stato il potere di nomina del presidente del Consiglio;
  2. previsione di un premio di maggioranza alla coalizione più votata, da attribuirsi praticamente a tutti attraverso un farraginoso e assurdo meccanismo di sbarramenti che non sbarrano (6 diverse soglie, tra Camera e Senato…e alla fine ci sono rappresentati partiti con l’1,1% dei voti!);
  3. previsione di 17 diversi premi di maggioranza al Senato, dove non è stato possibile per ragioni di natura costituzionale (il Senato è eletto a base regionale, come da art. 57) prevedere un premio unico, cumulativo;
  4. presenza di liste bloccate e assenza per l’elettore della facoltà di selezionare con il proprio voto il candidato che più gli aggrada;
  5. criterio di ripartizione superproporzionalista, pensato per moltiplicare i partiti più che per ridurli.

I tre quesiti referendari, mirano a modificare alcune delle storture della legge, ma a parer mio senza riuscirvi e anzi – se possibile – addirittura peggiorando l’attuale normativa in alcuni punti.

Il primo quesito, infatti, si propone di attribuire il premio di maggioranza (55% dei seggi) non a ogni singolo partito coalizzato come avviene ora, bensì al partito più votato, al fine di porre un freno alla proliferazione dei partiti e dei micropartiti; il secondo quesito cerca di omologare le norme per Camera e Senato, prevedendo un premio di maggioranza unico al partito più votato invece degli attuali 17 premi alle coalizioni, mentre il terzo quesito abrogherebbe la possibilità di candidature multiple in più circoscrizioni.

Ammetto che vi siano elementi positivi in tutti e tre i quesiti, ma non abbastanza da farmi mettere la croce sul SI e spiego il perchè:

  1. Non mi convince il mantenimento dell’indicazione del “candidato premier” che continuo a considerare non costituzionale;
  2. non mi convince il mantenimento della lista bloccata, che continuo a trovare il più grave vulnus democratico dell’attuale normativa, che ha fatto si che nessuno dei 945 parlamentari eletti possa sostenere di avere avuto anche un solo proprio voto individuale…sono tutti nominati, come in URSS;
  3. non mi convince l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista più votata che comporterebbe o un premio eccessivamene vistoso a un partito del 25-30% (FI o PD) e quindi, direi “troppa grazia”…oppure la creazione di un listone unitario composto da tutti e il contrario di tutti, che non farebbe altro che riproporre le baruffe tra le varie “anime” (eufemismo) delle coalizioni in sede di definizione dei posti di lista bloccata, perpetuando nei fatti la moltiplicazione dei partiti invece di attenuarla;
  4. considero non costituzionale il quesito per il Senato. E pure non opportuno, dato che potrebbero verificarsi una maggioranza alla Camera (partito più votato FI) e una – divergente – al Senato (partito più votato PD) e quindi, senza una contestuale riforma delle funzioni delle due Camere avremmo la certezza del collasso politico e costituzionale del sistema.
  5. Il III quesito mi va bene…

Insomma, riconosco la buonafede, ma la buonafede da sola non è sufficiente a farmi uscire di casa per dare un voto positivo a una legge che ci porterebbe solo Dio sa dove… Ho tralasciato l’argomento vagamente ricattatorio che “il referendum fa schifo ma è uno stimolo a legiferare”. E’ un principio che non mi convince tanto, perchè io sono portato a rispondere ad una domanda alla volta. E oggi la domanda è “condividi il referendum?” No.

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