Lo scioglimento del Senato

Non è mai una cosa chic dire “lo avevo detto”…ma “lo avevo detto” e quindi ripubblico pari pari un post dello scorso 2 novembre (giorno dei morti, pensa un po’)…

Il bizzarro meccanismo con il quale si è votato alle elezioni politiche del 2006 ha partorito una situazione ambigua: alla Camera dei Deputati, con 25.000 voti di vantaggio il centrosinistra si è visto assegnare un ampio premio di maggioranza, mentre al Senato – anche a causa anche dell’assurdo giochino dei premi regionali – la coalizione di Romano Prodi è riuscita ad ottenere solo 159 seggi elettivi, contro i 156 del centrodestra. Appena 3 seggi di vantaggio, scesi a 2 con l’elezione a presidente di Franco Marini (il presidente non vota e quindi è un seggio perso). Scesi poi a 1 con l’abbandono del senatore De Gregorio e ritornati a 2 con l’arrivo di Marco Follini.

Si può governare anche con un solo voto di margine, ovviamente. Anzi, un governo può reggersi e operare pure in lieve svantaggio numerico, qualora i regolamenti parlamentari siano di aiuto e la coalizione che lo sostiene sia coesa. E’ quanto sta accadendo da un triennio in Spagna, dove il governo Zapatero ha una base parlamentare di appena il 48% dei seggi, ma trattandosi di un monocolore e potendo operare in un quadro istituzionale volto a garantire la stabilità degli esecutivi, a quel governo è consentito di portare avanti pienamente il proprio programma elettorale.

Nel nostro sistema mancano queste due caratteristiche e ciò è evidente soprattutto al Senato. Infatti, alla Camera dei Deputati la maggioranza è salda quanto basta per poter governare: l’Unione ha 348 deputati su 630, 200 dei quali iscritti al gruppo del PD, mentre tutti gli altri 7-8 partiti hanno un pacchetto di seggi inferiore a 20, con la sola eccezione di RC che ne ha 40. Questo significa che il gioco delle minacce e dei ricatti che tanto successo riscuote al Senato, alla Camera non è possibile, aspetto che da solo spiega la tranquilla normalità con la quale il governo affronta l’aula di Montecitorio. Il problema è quindi Palazzo Madama, dove basta un gruppetto di 3 senatori per mettere il governo in minoranza e far intravedere lo spettro della crisi.

Se tutti sono indispensabili, allora tutti possono disporre di diritto di veto e di ricatto, per ora sulla base di micro-schieramenti politici, ma in futuro anche articolandosi in cordate territoriali, professionali o lobbystiche. Il tutto tra ricatti, minacce e insulti che non solo mettono a rischio la vita del governo, ma minano alle fondamenta la stessa credibilità e prestigio del Senato, a danno delle istituzioni nel loro complesso. Da più parti, di fronte a tale situazione, si invocano le elezioni anticipate, subito, magari domani mattina, tornando all’instabilità che ha caratterizzato 25 anni di politica italiana, con 7 scioglimenti anticipati (su 8 legislature) tra il 1972 e il 1996. Ma le democrazie entrano in crisi anche per troppi ricorsi alle urne, come molta storia europea della prima metà del ‘900 può testimoniare, se al voto non segue la risoluzione dei problemi che lo hanno reso necessario. E nel nostro caso, andremmo a votare non solo con le stesse regole del 2006, ma anche con le stesse coalizioni.

Nella storia repubblicana, alle elezioni anticipate ci si è andati quando la maggioranza di governo si sfaldava e non era più possibile ricomporla o costruirne una diversa. E quando questo accadeva, rendeva ingovernabili entrambi i rami del Parlamento, situazione che oggi si presenta solo in una delle due Camere. A questo proposito, stupisce che non sia stata presa ancora in considerazione la via maestra prevista dalla nostra Costituzione all’articolo 88, che al primo comma prevede che “il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse“. La soluzione corretta dal punto di vista costituzionale, quindi, sarebbe sciogliere il solo Senato, vale a dire il ramo del Parlamento che non funziona come dovrebbe.

Lo scioglimento anticipato del Senato si è avuto per ragioni tecniche nel 1953 e nel 1958 mentre in questo caso si tratterebbe di uno scioglimento più politico, una presa d’atto che il voto del 2006 ha creato una situazione divergente alla quale è necessario porre rimedio operando su quella parte del sistema che non appare in grado di operare correttamente. Parte che – dettaglio di assoluta rilevanza – è anche quella formalmente meno rappresentativa, considerato che il corpo elettorale del Senato non comprende gli elettori in fascia di età tra i 18 e i 25 anni, che sono circa 3.000.000.

Certo, un nuovo voto al Senato non necessariamente produrrebbe una maggioranza stabile e coerente con quella alla Camera, ma allora sarebbe assolutamente lampante che il problema risiede tutto nelle regole e la camera neoeletta sarebbe certo più disponibile a mettere mano ad un processo di riforme istituzionali ed elettorali, se non altro per non rischiare lo scioglimento appena insediata.

Ovviamente, si può sottolineare come una decisione nei fatti unilaterale del presidente della Repubblica volta a sciogliere il solo Senato sarebbe fortemente contestata da chi vuole le elezioni subito. Ma io resto convinto che una situazione così delicata vada affrontata tenendo presente l’interesse complessivo del sistema democratico, a prescindere dalle smanie di breve periodo di questo o quel capopartito.

Il destino delle istituzioni è cosa troppo seria per essere giocato ai dadi, sperando che escano quelli giusti. Soprattutto quando i dadi sono truccati.

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2 thoughts on “Lo scioglimento del Senato

  1. tenuto conto del mutato quadro politico nel paese, se si rivotasse al senato la maggioranza con ogni probabilità, e pur con il perverso meccanismo dei premi regionali che serve a favorire lo schieramento più debole, andrebbe al centrodestra. in questo caso la soluzione sarebbe cambiare la legge elettorale? cioé prima di fare l’unica cosa ragionevole (cambiare la legge elettorale e sciogliere subito il parlamento) bisognerebbe prima sprecare una tornata elettorale per conoscere un risultato già noto, condannando il paese all’immobilismo per un altro anno? non scherziamo, se si rivotasse alla camera il centrosinistra perderebbe al 100%, i sondaggi parlano chiaro. è assurdo pensare di sciogliere solo un ramo del parlamento per motivi politici, cosa che per inciso non è mai successa ed è anche incostituzionale (non c’è bisogno che vi sia esplicita limitazione ai motivi tecnici, perché sciogliere un ramo del parlamento per cercare di favorire un governo sfiduciato, e nel parlamento e nel paese, sarebbe chiaramente un golpe), per di più sapendo che la maggioranza di centro sinistra non esiste più nel paese già da molto tempo (ammesso che 20mila voti di differenza alla camera valessero di più dei 200mila in meno al senato; non sono favorevole alla duplicazione delle assemblee legislative, ma finché esiste non si può considerare maggioranza nel paese chi ha avuto più voti solo in uno dei due rami). per favore, finiamo questa legislatura con dignità..

  2. Giuseppe, scrivi

    “è assurdo pensare di sciogliere solo un ramo del parlamento per motivi politici, cosa che per inciso non è mai successa ed è anche incostituzionale (non c’è bisogno che vi sia esplicita limitazione ai motivi tecnici, perché sciogliere un ramo del parlamento per cercare di favorire un governo sfiduciato, e nel parlamento e nel paese, sarebbe chiaramente un golpe).”

    Può essere una cattiva idea sciogliere solo il Senato (come proposto anche da Casini lo scorso maggio), ma non è anticostituzionale (visto che previsto espressamente dalla Costituzione) e quindi non è – tantomeno – un golpe.

    In quanto ai sondaggi, beh…quelli sono liquidi che vanno annusati, non bevuti d’un fiato.

    Ciao, M.

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