Le armate di Casini, i ritagli di D’Alema, gli imbarazzi di Aldo Moro…

Alcune sera fa, Pierferdinando Casini – ospite di qualche salotto televisivo – è partito gesticolando con la tirata contro il “bipolarismo muscolare” degli ultimi 12 anni, costruito “non per”, ma “contro”.

Tutto vero e tutto giusto, ci mancherebbe. Ma quando Casini si è interrotto, come per riordinare le idee e trovare una frase adatta, io ho sussurrato, quasi per aiutarlo “grandi armate”… E’ infatti, un istante dopo ha detto che “si sono costruite grandi armate fatte per vincere le elezioni non per governare il Paese”. Io lo sapevo prima, non perchè sia lo spin doctor di Pierferdi ma – molto più banalmente – perchè guardo tanta televisione e mi incrocio costantemente con dibattiti politici animati sempre dalle stesse persone, che – come una compagnia teatrale in tournee – ogni sera recita lo stesso copione, con le stesse parole, le stesse pause e gli stessi gesti.

Casini (“che è sempre stato coerente e leale con il centrodestra e ha votato in modo dissimile una volta sola: sul finanziamento delle nostre missioni all’estero. E ne è ancora orgoglioso”) non è il solo che ripete le stesse frasi a tutte le ore del giorno e della notte. C’è Tremonti che ama ricordarci che “la realtà e la realtà” (ineccepibile, come il ragù è il ragù e la palla che – per definizione – è rotonda), c’è D’Alema che gira costantemente con un articolo del Financial Times di qualche settimana fa dove si dice malissimo di Berlusconi e benissimo di Prodi (è un articolo che gli piace tanto, lo legge ovunque…al decennale di Italianieuropei, ieri sera a Porta a Porta…).

C’è Veltroni che si sforza – anche con grandi architetture verbali – di non evocare mai Berlusconi, un po’ come si fa nelle famiglie apprensive evitando di nominare alla bimba sola e triste il nome del padre fuggito con una ballerina (“ieri sera si è detto…qualcuno sostiene che…in un altro canale hanno affermato”), laddove il fantasma di Banquo e sempre lui, Supersilvio. Il quale segue il suo schema fisso: parte garbato e colloquiale, si piega in due per la sofferenza quando descrive lo stato miserando in cui è stato lasciato il Paese, quindi promette che abbatterà le tasse, parte con la tirata “sulla sinistra” (un po’ di pazienza e arriveranno anche i comunisti…basta aspettare) e conclude – rossiniano – con il suo “Rialzati, Italia!”

Poi ci sono i comprimari…l’orgoglio della Destra (Storace), il fatto che il solo voto utile è la Sinistra (Giordano), l’autodefinizione di se come “partito territoriale” (“siamo come la CDU bavarese” ama dire Maroni, anche se il riferimento più giusto sarebbe alla situazione catalana)….insomma, vedere il politico e sapere cosa sta per dire è tutt’uno.

E il ricordo va alle Tribune Elettorali che guardavo da bambino precocemente amante della politica. La scena fissa era una scrivania, con nel centro il leader del partito (anzi, il segretario, i leader non esistevano allora), con alla sua sinistra Jader Jacobelli (il moderatore) e alla sua destra l’addetto stampa del boss di turno. Una platea di giornalisti (alcuni amici, altri nemici, altri ancora neutrali), con domanda e risposta, brevi entrambe.

E che domande, che risposte…quelle tribune passano nell’immaginario per essere “plumbee” ma erano vere, eccome se lo erano. Ad esempio, ho trovato traccia di una Tribuna Politica che credo fosse collocabile nella prima metà degli anni ‘60, con Aldo Moro segretario della DC a fronteggiare un plotone di giornalisti. Il punto che mi interessa giunge circa al 3° minuto. Un giornalista di “Paese Sera” (illustre quotidiano progressista romano ora scomparso) chiede a Moro come mai nelle liste locali del suo partito sia stato inserito il presunto capo della mafia, Genco Russo.

Moro è in imbarazzo (per me non ne sapeva nulla…o non tutto), si agita un po’, si guarda in giro, si muove sulla sedia. Ma quello che è importante sottolineare è che:

  • Il giornalista senza polemica, senza astio e senza enfasi ha fatto una domanda “difficile”.
  • Il politico si è imbarazzato, ma ha risposto senza mettere in discussione il diritto del giornalista di chiedere quello che ha chiesto e senza infuriarsi urlando “chi ti manda?”.

Tutto molto pacato. Tutto molto chiaro. Tutto interessante. Anche perchè – fino agli anni ’80 – il politico in tv era un evento…sarebbe stato difficile immaginare teatrini con televisivi con ministri in carica presi a torte in faccia, come capitato a Di Pietro o Mastella ospiti del Bagaglino.

Ma si sa, quella era un’Italia ancora un po’ arcaica e contadina, timida, repressa, modesta, sobria. Oggi è tutt’altra cosa, siamo globali, moderni, interconnessi. E un po’ screanzati.

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