Il Sultanato

Giovanni Sartori non è solo un monumento della Scienza Politica mondiale, uno dei 3-4 studiosi di democrazia più importanti al mondo, nonché il politologo italiano più influente (presenti esclusi, si intende). Ma è anche un vecchino arguto, crudele e maligno…Durante la campagna elettorale, nel corso di una puntata di “Porta a Porta”, parlava malaccio del vecchio governo Berlusconi e il pretoriano Paolo Bonaiuti, con insolito garbo, interruppe la filippica per inserire alcune “attenuanti generiche” e mal ne incolse.

  • Bonaiuti: “Ma lei professore riconoscerà che nessun presidente del Consiglio è mai stato così tormentato dalla magistratura!”
  • Sartori: “Certo. Perchè nessuno se lo era mai così meritato!”

Questo siparietto mi è tornato in mente ieri, leggendo l’editoriale pubblicato dal bizzoso Professore sul “Corrierone”, nel quale l’attuale regime politico veniva definito come “Sultanato”. Il termine è efficace, probabilmente sarà piaciuto a molti, ma non è buttato lì a caso. Anche in quel contesto, infatti, Sartori non ha rinunciato a fare Dottrina, nel senso alto del termine, anche se temo non molti abbiano potuto cogliere la raffinatezza dell’allusione.

Il “Sultanismo” è un modello politico autoritario definito per la prima volta, almeno credo, dal sociologo tedesco Max Weber in Economia e Società [1922]. Il termine non deve confondere: non vi è alcuna allusione o limitazione a precisi contesti geografico-religiosi, ma la metafora del “Sultano” è utilizzata da Weber per definire un assetto politico e di potere fortemente “patrimonialisti”, dove la dimensione pubblica e quella privata sono fuse e inscindibili e quindi diventa impossibile capire dove termini la prima e inizi la seconda e – ovviamente – viceversa. Il centro del potere non è il Governo, il Partito o il Parlamento, ma il “clan” familiare e amicale del Sultano. E’ la vicinanza con esso, la condivisione dei suoi interessi patrimoniali e dei suoi capricci che genera potere, al di là delle formali costruzioni costituzionali e istituzionali.

Il concetto è tuttora presente nell’analisi dei sistemi autoritari. Ad esempio se ne è occupato Juan Linz, uno dei più importanti studiosi viventi del genus autoritario. In “Transizione e Consolidamento Democratico” [Il Mulino, 2000], scritto assieme ad Alfred Stepan, Linz ci ricorda che “la realtà prevalente in un regime sultanistico è che tutti gli individui, i gruppi e le istituzioni sono costantemente soggetti all’intervento dispotico e imprevedibile del sultano” [p. 87]. Il sistema sultanistico, inoltre, non ha una propria ideologia strutturata e legittimante, ma anche questa è cangiante e soggetta agli umori imprevedibili e scontrosi del Sultano: “un governante sultanistico ha la caratteristica di non avere alcuna ideologia-guida elaborata … l’ideologia non è considerata vincolante per il governante ed è rilevante solamente fintanto che sia egli stesso a impiegarla” [p. 88].

Insomma, il sistema sultanistico si caratterizza per la confusione tra patrimonio privato del Sultano e beni pubblici, per la prevalenza della “corte” sulla articolazione istituzionale dei poteri e per l’assenza di principi etico, filosofici o religiosi forti abbastanza da porre un argine al capriccio del Sultano. In quanto allo “stile” di governo, Linz descrive come caratteristica “sultanistica” l’esistenza di una leadership altamente personalistica e arbitraria, fortemente dinastica, fondata su un sistema di ricompense personali e uno staff di governo composto da membri della famiglia, amici, soci d’affari, tutti sottomessi non al corpo delle leggi, ma alla volontà personale del governante. [p. 71].

Però, Juan Linz, scrivendo di sultanismo, aveva in mente la Haiti di Duvalier, il tiranno africano Bokassa, lo Scià di Persia, la Romania di Ceaucescu o la Corea del Nord di Kim il Sung. Se un uomo attento nella scelta delle parole in maniera quasi maniacale come Giovanni Sartori ha parlato di “Sultanato” con riferimento al caso Italia, forse bisogna fermarsi un attimo a riflettere.

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