In ricordo

Credo fosse un venerdì di settembre nel 2000. Eravamo nell’aula adibita alle lezioni del dottorato di ricerca in Scienza della Politica e il nostro coordinatore, l’illustre prof. Morlino, stava costruendo il calendario dei seminari per i mesi a seguire. La testa bassa sul foglio, gli occhiali in punta di naso, la “r” arrotata di chi è nato bene, il baffo curato e attorno a lui il silenzio rispettoso di noi, aspiranti politologi.

I seminari avrebbero trattato il percorso intellettuale e scientifico di autori “classici” della politologia contemporanea e – con il senno del poi – devo dire che alcune lezioni sono state proprio di straordinario fascino e interesse. Come la mattinata in cui Panebianco parlò di Raymond Aron, o quando Stefano Bartolini presentò il suo amato Stein Rokkan. O ancora quando Jean Blondel raccontò di Samuel Finer o Philippe Schmitter rilesse per noi Tocqueville (quest’ultimo non proprio contemporaneo, ma ancora attuale).

Per il secondo anno di fila, però, niente Dahl, niente Almond e niente Huntington. Ma i primi due erano stati oggetto di seminario l’anno precedente al mio arrivo, mentre del terzo nessuna traccia. “Perchè niente Huntington?” La domanda mi era proprio sfuggita. Tra i colleghi sguardi preoccupati dato che non si era soliti avanzare riserve sulle scelte del Chiarissimo Professore (che raramente sbagliava, questo bisogna riconoscerlo). Morlino mi guarda e dietro le lenti da Nonna Papera vedo un lampo divertito attraversarne gli occhi azzurri. Quindi la sentenza: “il 14 dicembre Marco ci parlerà di Huntington”.

Con grande pena mi misi al lavoro e cercai di costruire una lezione decorosa e ne venne fuori una presentazione che considero ancora uno dei pochi momenti di luce di quel triennio di buio. L’ho riletta in questi giorni, dopo aver appreso la notizia della morte di Samuel Huntington, avvenuta alla vigilia di Natale.

I giornali hanno quasi unanimemente parlato di Huntington come del “teorico dello scontro di civiltà”, facendo immaginare una specie di bizzarro dott. Stranamore che – nascosto in uno chalet di montagna, dietro una pila di libri – profetizza la fine del Mondo. Anzi, peggio, la auspica. Il riferimento è al suo libro più celebre, lo “Scontro delle Civiltà”, uscito nella metà degli anni ’90 e che considero uno dei saggi più citati e meno letti (e ancor meno capiti) degli ultimi 30 anni.

Huntington non scriveva cose facili e spesso i suoi lavori lasciavano in bocca un che di sgradevole, perchè erano schietti, diretti, mai moralistici, talvolta spietati. Come l’ultimo – Who Are We? The Challenges to America’s National Identity, del 2004dedicato al tema dell’Immigrazione. A volte poi contenevano delle contraddizioni, dei punti vuoti, delle piccole incongruenze ma quello che contava in Huntington era la raffinatezza del quadro teorico, la coerenza dell’insieme più che la precisione del dettaglio.

Nel metodo di lavoro di Huntington 3 sono le cose che mi hanno colpito e ammirato:

  1. la capacità di cogliere l’attualità dei problemi: si è occupato di militari e politica negli anni ’50, di sviluppo politico negli anni ’60, di crisi della democrazia negli anni ’70, di consolidamento democratico negli anni ’80, di “scontro di civiltà” negli anni ’90, di immigrazione in questi anni. Insomma, non è mai stato il professorino autoreferenziale, ma ha sempre messo tutte e due le mani nei problemi del momento, cercando di analizzarli e descriverli per quello che sono: incasinati;
  2. l’utilizzo della Storia come strumento di lavoro. I suoi saggi sono ricchi di citazioni del passato, di riferimenti ai grandi autori “classici” del pensiero politico (da Machiavelli a Hobbes, da Tocqueville a Marx). Ma non si tratta di saggi leziosi. A fianco a questi riferimenti, infatti, compaiono sempre dati e riferimenti minuziosi e puntuali, attinti da statistiche, studi governativi, tesi di dottorato, inchieste di giornale…
  3. Huntington tenta sempre di dare ai problemi una risposta di tipo teorico. Per questo diventava anche facile criticarlo, perchè si esponeva, non scriveva paginette fini a se stesse, ma presentava problemi e avanzava risposte. Talvolta criticabili, talvolta da sgrezzare, ma lo sforzo intellettuale era evidente.

Insomma, con la morte di Huntington non scompare un “teorico dello scontro” (quello uscirà dalla Casa Bianca a gennaio) e neppure un razzista malcelato (una delle accuse che gli sono piovute addosso dopo il suo “Who are we?“), ma un freddo, lucido e acuto lettore dei nostri tempi. Che sono tempi grigi e meschini, ma di questo non si può certo accusare Samuel Huntington, che il grigiore e la meschinità non l’ha teorizzato, ma solo descritto per quello che è.

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