Platea varia e trasversale. L’ambizione popolare del nuovo movimento

18/11/2012 – L’ambizione di metter su una «Cosa» popolare e non di élite si scopre subito, prima che si spengano le luci e si alzi il sipario. Mancano venti minuti al via, ma è già pieno lo Studio 8 dei vecchi stabilimenti De Paolis.

A sedere su altrettante sedioline ci sono quattromila persone e circa duemila gironzolano tra cortili, studi, saloni di questi capannoni dove sono stati girati alcuni dei film più celebri del cinema italiano. Per essere la prima volta del nuovo Movimento «Verso la Terza Repubblica», di gente ce n’è tanta e infatti qualche giornalista ironizza sul fatto che siano «truppe cammellate». Ma un politico di lungo corso come l’ex segretario del Ppi Pier Luigi Castagnetti, venuto qui soltanto a curiosare, dà una lettura diversa: «Di questi tempi è molto, molto difficile “cammellare”…». Gente normale, arrivata di sua volontà e con le sue gambe, dunque. Ed attraversando le file, guardando in faccia le persone e come sono vestite, ma soprattutto, ascoltando i discorsi dal palco, si chiarisce meglio la sorpresa: non è liberista ma semmai interclassista e con una ambizione popolare il «partito» di Luca Montezemolo e Andrea Riccardi, della Cisl, delle Acli e della Comunità di Sant’Egidio.

Eloquenti alcuni passaggi dell’intervento di apertura di Montezemolo: «La crescita non la porta la cicogna, ma le imprese e chi lavora nelle imprese»; «il più grande patrimonio delle aziende sono le donne e gli uomini che ci lavorano» (e in platea il leader della Cisl Raffaele Bonanni applaude); «occorre ripensare il Welfare in chiave di crescita e solidarietà»; «oggi più che mai chi lavora e chi produce sta sulla stessa barca»; «oggi iniziamo a costruire un movimento civico, liberale, popolare e riformista». Certo, il messaggio forte della Convention è quello che riguarda il governo Monti, un messaggio subliminale che – dagli interventi di Montezemolo e Riccardi – si sintetizza così: chi ha apprezzato quella esperienza, voti per questa Lista. Certo, i principali interventi hanno battuto tutti sulla rottura con «venti anni di politica senza scelte», ma con una costante connotazione interclassista (come si diceva ai tempi della Dc) che ha attraversato anche gli interventi dei leader degli altri due movimenti, Comunità di Sant’Egidio e Acli, che in attesa della Cisl hanno veicolato la gran parte delle persone presenti. Il presidente delle Acli Andrea Olivero ha detto: «Siamo per riformare il Welfare non per smantellarlo». E il ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi: «Vorremmo che questa Repubblica fosse capace di coniugare la crescita economica con la solidarietà, perché la prima non esiste senza la seconda». E quanto al leader della Cisl Raffaele Bonanni stavolta ha preferito non intervenire, immaginandosi come un ponte verso l’Udc di Casini, tanto è vero che è restato a braccia conserte quando Montezemolo ha scandito: «Non potremo accettare gattopardismi!».

L’ora di inizio della convention del nuovo Movimento era fissata per le 15 negli Stabilimenti De Paolis, che nel 1939 il commendator Angelo aveva concepito per produrre aerei e materiale bellico e che poi – trasformati in studi cinematografici – avevano ospitato i set di quasi duemila film (da Fellini, da Ercole-Ursus ) e che da qualche anno sono invece studi televisivi. Per ospitare quattromila seggiole, gli organizzatori hanno chiesto di unire due grandi studi, divisi a metà da un muro annerito. Palco bianco, affiancato da due maxischermi, un format veltroniano confermato dall’incipit: per primo prende la parola lo scrittore Edoardo Nesi, l’anno scorso applauditissimo alla «Leopolda» di Renzi e quest’anno approdato sul set della De Paolis. Nesi lancia sul maxischermo la scena di un film, il «Verdetto», che poi commenta così: «Un’inquadratura bella come un quadro di Rembrandt». In platea tanti posti in piedi, grande eccitazione, per esserci e farsi vedere, con prime file occupate da chi ha scommesso su Montezemolo già da tempo, Andrea Romano e chi è approdato più di recente, Irene Tinagli, Nicola Rossi, Michele Ainis, il generale Vincenzo Camporini. Ci sono osservatori dei partiti concorrenti, con una presenza davvero cospicua di finiani, il capogruppo Benedetto Della Vedova, Flavia Perina, lo sherpa delle missioni estere Alessandro Ruben, l’onnipresente Giulia Bongiorno e anche il «fasciocomunista» Filippo Rossi che assicura gli scettici: «Ho firmato anche il manifesto».

In platea la presenza più cospicua, altra sorpresa, è di «militanti» di Italia Futura, che in tre anni sono riusciti a creare una discreta rete, come conferma la presenza fuori degli Stabilimenti di diversi pullman arrivati da centri medio-grandi.

Fonte: lastampa.it | Autore: Fabio Martini

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