I partiti e gli antichi steccati. Il richiamo della foresta

31/01/2013 – Se questa campagna elettorale fosse un film o un romanzo, il titolo non potrebbe che essere «Il richiamo della foresta». Anziché rivolgersi nel complesso a un elettorato mai così incerto, i leader preferiscono rinfocolare i propri sostenitori. Si spiegano così non soltanto la grottesca uscita di Berlusconi sul Duce, ma anche la composizione delle liste del Pd e la sua strategia di comunicazione: «silenziare» renziani e veltroniani, privarsi volentieri di riformisti come Pietro Ichino, puntare su ex leader della Cgil e pure su operaisti anni 70 come Mario Tronti. Quanto alla lista Monti, non è riuscita a scrollarsi di dosso l’immagine di «partito dei notabili»; tanto più che la «terremotata povera» vantata dal presidente del Consiglio era in realtà la moglie di un funzionario del Senato. Se poi si considerano le leghe Nord e Sud, che per definizione presidiano il proprio territorio, la sindrome del «richiamo della foresta» appare ormai conclamata.

Il risultato sarà un voto molto diverso da quello del 2008. All’epoca l’elettorato si concentrò su due grandi partiti. Per la prima volta dal 1976, l’Italia aveva due forze, Pdl e Pd, al 38 e al 34 per cento (curiosamente nello stesso rapporto numerico che legava Dc e Pci). Il voto del 2013 si annuncia molto più frammentato. Dopo le ultime elezioni entrarono in Parlamento cinque partiti (oltre ai due maggiori e ai rappresentanti delle minoranze linguistiche, anche Lega Nord, Italia dei valori e Udc). Stavolta, considerate le casacche oggi mimetizzate in aggregazioni come quelle di Ingroia ma pronte domani per essere esibite dopo il voto, il numero dei partiti potrebbe uscirne moltiplicato o elevato a potenza.

Intendiamoci: mobilitare i propri elettori è una necessità in qualsiasi sistema politico, compresi quelli bipartitici come gli Stati Uniti. Ma non si vincono le elezioni, e non si pongono le premesse per un governo solido, senza parlare all’intero Paese, senza avanzare una proposta valida per la gran parte dell’opinione pubblica. L’occasione del 24 febbraio è irripetibile. Perché non ci sono mai stati tanti cittadini che non sanno per chi votare. Giovani chiamati alle urne per la prima volta. Cattolici disorientati dalla fine di una stagione. Associazioni deluse dai punti di riferimento tradizionali. Mai come ora ci sarebbe spazio per politiche in grado di andare oltre antichi steccati: come non vedere, ad esempio, che imprenditori e lavoratori hanno interessi analoghi di fronte alla declinante egemonia della finanza? Che temi come il sostegno alla natalità e alle donne che lavorano sono sentiti in ceti sociali e territori molto diversi?

C’è poi una questione cui gli elettori sono estremamente sensibili ma che i candidati esitano a mettere al centro della discussione: i tagli al costo della politica. Il tema è affrontato con una sorta di virginale pudore; forse perché comporta un’autocritica per il passato. Ma non basta qualche nota in fondo a pagine di programmi verbosi e inutili. Serve un impegno chiaro, da assumere non come corollario ma come premessa di qualsiasi azione riformatrice: ridurre drasticamente il numero dei parlamentari, le loro indennità, i loro privilegi. Chi assumesse oggi con forza questo impegno sarebbe ancora in tempo per mutare il destino di una campagna, che sinora sembra fatta apposta per aizzare i tifosi e allontanare gli indecisi.

Fonte: corriere.it | Autore: Aldo Cazzullo

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