La crisi della rappresentanza politica tradizionale: perché il PD ha perso

rappresentanza01/03/2013 – Colpiti dal comportamento elettorale degli italiani, sarebbe fin troppo facile concludere che ai nostri concittadini piace essere governati da un satrapo orientale, con la sua corte e i suoi cortigiani: ma sarebbe una conclusione che non ci aiuterebbe a capire perché una vittoria annunciata del Pd si è trasformata in una vittoria monca, che poi equivale – sul piano “morale” – ad una mezza sconfitta.

Credo che occorra indagare più profondamente il rapporto tra politica e società nell’attuale sistema partitico italiano. Di questo sistema, il Partito Democratico è un esempio atipico, in realtà. Esso è oggi l’unico partito organizzato di massa. Con una capillare e spesso elefantiaca struttura organizzata sul territorio, che in teoria – si sosteneva – avrebbe dovuto fornire quella capacità di “ascoltare” la società. Nessun altro partito italiano è oggi così. Vuoi perché non ne sente il bisogno, vuoi perché conservano il mito del partito di massa – è il caso dell’estrema sinistra o di SEL – ma sono ben lungi dall’avere la forza elettorale e risorse umane e materiali sufficienti ad una così capillare presenza. Tutti gli altri partiti sono leaderistici o carismatici. Meglio: sono tutti partiti o liste leaderistici, da Rivoluzione Civile a SEL, dal PDL a Scelta Civica. Il Movimento 5 stelle è invece un partito carismatico (una sottile ma significativa differenza). Il PD ha fatto un vanto, in questi anni, della sua differenza.
Tuttavia il valore aggiunto, nei fatti, non si è visto. Si può anzi ben dire che è stato commesso un errore strategico di comprensione dell’umore dell’elettorato, ritenendo che l’accento sul lavoro, la serietà e la responsabilità fossero premianti mentre i temi della legalità, del rinnovamento politico era considerati, a conti fatti, la priorità da parte degli elettori, che hanno infatti premiato la forza politica che ha fatto di queste istanze la propria principale ragion d’essere.
Il fatto è che nel Partito Democratico è radicata l’idea che un partito sia un corpo intermedio della società: collettore di istanze, e quasi esclusivo tramite tra la cittadinanza (la c.d. società civile) e le Istituzioni. Per corpo intermedio intendo quindi organizzazioni sociali che mediano il rapporto tra il singolo cittadino e la sfera pubblica, raccogliendo e organizzando gli interessi dei singoli (magari interprentandoli ideologicamente, anche per giustificare una determinata gerarchia delle priorità tra tanti diversi interessi rappresentati) e inoltrandoli alla politica, alle Istituzioni. Non a caso il Partito Democratico conserva un rapporto privilegiato con i sindacati confederali, con una diffusa realtà associativa. Non a caso anche nella pratica politica locale del Pd è fondamentale “il rapporto con le associazioni”, con i sindacati dei pensionati, con il volontariato. L’assioma è che questi corpi intermedi orientino e indirizzino fette consistenti di elettorato. Ciò senz’altro avverrebbe in parte per il prestigio riconosciuto, da quanti a quell’organizzazione aderiscono, ai suoi membri di vertice, ed in parte in risposta alle attenzioni della politica verso un determinato problema sollevato da quell’organizzazione.
Qui forse sta l’origine dei problemi elettorali che il centrosinistra affronta oramai da un decennio almeno. L’effettiva capacità dei corpi intermedi di orientare elettorato è tutta da dimostrare, oggi. Avveniva senz’altro 30, 40 o 50 anni fa. In questo, in effetti, il Pd è il più diretto epigono dei grandi partiti organizzati di massa, il Pci e la Dc in particolare. In sostanza è il “più vecchio”, per forma organizzativa e per modo di rapportarsi con la società, di tutti i partiti attuali.
Nel frattempo però la società si è atomizzata, si è fatta liquida. E per quanto conservi una sua attualità come chiave di lettura di determinati circoscritti fenomeni sociali, anche il concetto di classe è incapace di dare una lettura complessiva della rappresentanza politica. Perché ogni cittadino non è più lavoratore o agricoltore, artigiano o commerciante. È anche, e al contempo: sportivo, ambientalista, donna, giovane, vegano, gay, e via dicendo. L’identità del singolo è plurale e difficilmente inquadrabile sia nel concetto di classe, sia in qualunque corpo intermedio. L’adesione ad un’organizzazione sociale o ad un’altra diventa quindi parziale, non totalizzante per l’individuo. E spesso il rapporto diventa anche più esigente sul piano utilitaristico – mi aspetto dei risultati concreti dall’adesione – e meno stringente su quello ideale: non cedo la rappresentanza delle mie idee all’associazione. Del resto nessuna organizzazione sociale sarebbe in grado di rappresentare una così vasta platea di esigenze. E di conseguenza nemmeno mi sento pienamente rappresentato da alcuna organizzazione, e scelgo quindi di non delegare la mia rappresentanza.
Cerco invece un rapporto diretto con la leadership. Il ruolo dei corpi sociali intermedi diventa quindi assai marginale nel riuscire ad orientare effettivamente il comportamento elettorale, mentre d’altra parte diventa per essi difficile interpretare una varietà enorme di istanze provenienti dalla base e riuscire a selezionarle e amalgamarle in una proposta concreta da “inoltrare” alle Istituzioni. Di conseguenza l’efficacia della loro azione è minore e l’impressione che l’organizzazione stessa sia inutile aumenta. È un fenomeno diffuso e che colpisce anche addirittura la Chiesa: dove cresce il bisogno di un rapporto diretto con la fede, non mediato dall’organizzazione ecclesiastica che viene messa in discussione nella sua capacità di capire la modernità.
La perdita di ruolo dei corpi intermedi della società e l’importanza assunta dal rapporto personale spiega perché il partito leaderistico e carismatico, il partito personale al cui modello il Pd ha sovente dichiarato di non volersi assolutamente rifare, è diventato il modello dominante. Spiega anche perché le reti di clientela e interesse resistano invece alla “crisi” della rappresentanza politica tradizionale: la clientela, il voto di scambio, il rapporto di interesse – anche oltre i limiti della corruttela, a volte -, è del tutto individuale, ancorché possa interessare insiemi numerosi di persone. Ma il rapporto è sempre tra Uno, il leader – dispensatore di favori – e i clientes. Non a caso né il PDL subisce una sconfitta in Lombardia o Campania o Sicilia, né il PD in Emilia Romagna o Toscana: regioni in cui l’uno o l’altro schieramento hanno una diffusa rete di interessi e clientele – spesso peraltro anche del tutto legittime e assolutamente legali, intendiamoci – in cui l’elemento della fiducia personale è la molla che giustifica la delega della rappresentanza politica.
Se questo è una chiave interpretativa corretta, è evidente che il modello di rapporto tra Pd e società è inadeguato. Un cambiamento richiederebbe peraltro una svolta profonda: sul piano dell’organizzazione del partito – che peraltro non necessariamente significa andare verso il partito liquido in quanto non si tratta di cambiare la “quantità” della presenza nella società ma la “qualità” -, sul piano della formazione dei gruppi dirigenti locali e della loro cultura politica – spesso inadeguata e molto acritica, ad avviso di chi scrive – sul piano delle modalità di partecipazione politica e di selezione sia delle politiche che dei gruppi dirigenti. Mentre è ovvio che la conseguenza di un nuovo approccio sarebbe anche, nel lungo andare, e come fatto secondario, una maggiore libertà d’azione rispetto a quei corpi intermedi con il quale oggi i rapporti sono assai stretti, sindacati in primis, ma che in definitiva non hanno giovato più di tanto alle fortune elettorali del principale partito della sinistra italiana.
Dalle nostre considerazioni emerge forse anche l’opportunità che, se la strada che la sinistra vuole percorrere non è quella del leaderismo, allora andrebbero valorizzate le figure degli amministratori locali, che per la notorietà che assumono presso l’elettorato possono forse concorrere a ricostruire un legame diretto tra Partito ed elettorato.
Autore: Marco Rossi
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