Quei partiti morti che camminano

liste-cinquestelle-tarocco14/03/2013 – Non hanno più alcun rappresentante in parlamento ma si comportano come se ce l’avessero. Sono l’Idv di Di Pietro, Fli, Rc, Rifondazione, Verdi. Sel di Vendola in bilico.

È senza dubbio vero che il momento politico richiede attenzione per il susseguirsi di questioni fondamentali, legate alle quattro presidenze istituzionali, ma è altrettanto vero che, dalle elezioni, quasi tutti i partiti sono usciti inguaiati, qualcuno addirittura boccheggiante. Dovranno rivedere le proprie strategie: più immediatamente, dovranno prepararsi al grande turno amministrativo di primavera.

Un destino che finora ha accomunato molti movimenti e perfino residui di antichi partiti della prima repubblica (o addirittura del Regno), è il ridursi a un piccolo nucleo di aderenti, che le scarne dimensioni trasformano in attivisti o militanti, e in qualche caso fanno perfino divenire tutti dirigenti di sé stessi. Repubblicani e liberali, per dire, rimasti fuori del Parlamento, continueranno a tenere in vita le proprie esili strutture, ritornando a farsi sentire in qualche elezione amministrativa, ma facilmente si limiteranno a presentare qualche candidato sotto altri simboli.

Si prenda Rivoluzione civile: il fallimento della lista di Antonio Ingroia ha confermato il ruolo ridottissimo sia di due partiti che ancora si richiamano al comunismo nella denominazione, cioè Rifondazione e comunisti italiani, sia dei verdi (divenuti un lumicino impercettibile), ma ha troncato pure una presenza fino a qualche mese fa indiscussa, ossia l’Italia dei valori. Antonio Di Pietro vorrebbe rilanciare il proprio movimento, ma non ha più un solo seggio in parlamento e il seguito popolare è molto scarso. Il bello è che, accanto ai movimenti che erano confluiti nella lista ingroiana, c’è la stessa Rivoluzione civile, che taluni vorrebbero erigere in una formazione autonoma. Sembra che tutte queste sigle si aggiungeranno ad altre ancora, per riempire l’indirizzario sempre folto dei gruppuscoli dell’estrema.

Contiguamente a questi movimenti c’è Sel. La formazione di Nichi Vendola ha deluso le attese: in termini di seggi, almeno a Montecitorio, i vendoliani possono dirsi più che soddisfatti, ma i voti sono rimasti sotto la soglia del 4%, verosimilmente per la concorrenza degli ingroiani e soprattutto dei grillini. Adesso c’è chi parla di confluire nel Pd, secondo un tracciato che Walter Veltroni aveva individuato per i dipietristi cinque anni fa, ma che Di Pietro si era ben guardato dal seguire.

I socialisti di Riccardo Nencini, che vantano il nome e la sigla dell’antico Psi, hanno eletto un pugno di parlamentari nel Pd. Serbano la propria autonomia di partito, ma manca loro una base elettorale solida.

L’ultima gamba del tavolo del centrosinistra, ossia il Centro democratico di Bruno Tabacci, di voti ne ha ottenuti ben pochi, ma qualche deputato è riuscito a eleggerlo, mercé la clausola del «primo escluso». Nessuno, tuttavia, ritiene che esistano oggi strutture periferiche di questa formazione, creata a soli fini elettorali poche settimane fa.

Intorno a Mario Monti c’è agitazione. Fli non ha chiuso, anche se a pensare che lo farà presto, ufficializzando la sconfitta, sono quasi tutti. Qualcuno, invece, dalla periferia insiste per andare avanti: come? a far che? Dubbi sul futuro del proprio partito li nutrono altresì i vertici dell’Udc, partito costretto a livelli cui nemmeno i soli centristi di Casini scesero nei momenti peggiori. Sarà il congresso a indicare nuove prospettive: ce ne saranno?

Opposta è la situazione di Scelta civica. Deve diventare un partito, avendo ottenuto voti. Per ora, è un insieme di esponenti della sinistra cattolica, di montezemoliani, di frange ex pidielline ed ex democratiche, di montiani puri. L’unica struttura, ritenuta però insufficiente per un partito che si colloca intorno al 10%, è quella di Italia futura, i cui rappresentanti, in periferia come a Roma, non sempre vanno d’accordo con i reduci di altre esperienze.

In questo magma d’incertezze, di guai, di difficoltà, di dubbi, resterebbe da dire dei tre maggiori movimenti. Dei grillini si può solo notare che tutti attendono di vedere quali mutamenti potrebbe recare agli eletti la diretta pratica parlamentare. Certo è che, oggi, non paiono avere alcuna intenzione di strutturarsi. Quanto ai democratici, la questione Matteo Renzi è tornata all’ordine del giorno in forme e modi tali da preoccupare visibilmente il segretario e i suoi accoliti. Un problema, questo, che appare perfino ridotto rispetto alle condizioni in cui si trova il Pdl. Fra l’altro, tra i suoi alleati dovranno operare scelte nuove sia Fratelli d’Italia (che ha eletto una pattuglia di deputati) sia la Destra (che invece è rimasta extraparlamentare, e soprattutto è finita ampiamente sotto l’un per cento dei voti).

Fonte: italiaoggi.it | Autore: Marco Bertoncini

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