Il tempo vuoto della politica

02/04/2013 – Le due commissioni create dal presidente della Repubblica hanno sollevato critiche fondate e condivisibili, ma servono anzitutto a riempire un tempo vuoto della crisi e a meglio fare comprendere, implicitamente, che l’Italia non è senza governo. Quello di Mario Monti, anche se le elezioni per i centristi sono andate male, non è mai stato sfiduciato ed è competente per gli affari correnti: un’area deliberatamente mal definita che può essere allargata sino a comprendere, per esempio, molte decisioni prese d’intesa con le istituzioni europee. Se Napolitano voleva lanciare ai partner dell’Unione un segnale rassicurante, quello delle commissioni era il più adatto al momento.

Ma supponiamo che il capo dello Stato avesse anche uno scopo pedagogico: dimostrare che dieci persone intelligenti e di buona volontà sono perfettamente capaci di mettersi d’accordo su alcuni obiettivi utili al futuro del Paese. I dieci non sono privi di un profilo politico e sono quasi tutti riconducibili a un partito. Ma non sono schierati sul campo di battaglia con il grosso delle truppe, non obbediscono alle regole di un match da cui si esce vittoriosi o sconfitti, partecipano a un esercizio in cui tutti possono essere egualmente vincitori.

È molto meno difficile di quanto non sembri. Quando sono sul palcoscenico sotto la luce dei riflettori, i partiti tendono a esasperare le loro differenze e ciascuno di essi rappresenta l’altro come una minaccia alla salute della Repubblica. Ma anche in Italia, come in ogni altro Paese europeo, le distanze tra i programmi si sono considerevolmente accorciate. È finita l’era delle ideologie, quando ogni grande partito prometteva un futuro totalmente diverso ed egualmente radioso. È cominciata da tempo una fase in cui il Pd e il Pdl, per non parlare dei centristi e di altre formazioni minori, non mettono in discussione né l’Unione Europea, né l’economia di mercato, né alcuni fondamentali principi delle relazioni internazionali. Abbiamo paradossalmente il vantaggio di attraversare una crisi che è stata ormai perfettamente diagnosticata. Conosciamo bene le parti invecchiate della nostra Costituzione. Sappiamo perché il Paese, da vent’anni, cresce poco e male. Sappiamo che il debito pubblico ci costa ogni anno, per il pagamento degli interessi, circa 80 miliardi di euro e che il gettito fiscale, in queste condizioni, non può essere usato né per finanziare la crescita né per alleviare le condizioni dei ceti sociali più bisognosi di aiuto. Sappiamo infine che l’economia è frenata dalla mentalità illiberale di corporazioni, ordini professionali e famiglie di ogni genere, tutte fondate sulla lealtà interna e unite da uno stesso odio per la concorrenza.

I partiti che non hanno fumosi programmi di totale rinnovamento, come il Movimento 5 Stelle, lo sanno e dovrebbero conoscere ormai i rimedi. Ma la loro principale preoccupazione è esistere, anche a scapito del Paese, e magari riportarlo alle urne, come ha chiesto ieri il Pdl, con una legge elettorale che non garantisce certezze. In queste condizioni è meglio lasciare che le commissioni di Napolitano facciano il loro lavoro. Se riusciranno a riunire in uno stesso documento un certo numero di obiettivi comuni, avranno almeno dimostrato che governare l’Italia è possibile.

Autore: Sergio Romano | Fonte: corriere.it

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