“The Earth belongs to the living”

15/07/2013 – Sto scrivendo alcune cose sgrammaticate e tediose sul tema delle riforme istituzionali e per uscire dal grigiore del dibattito italiano mi sono rimesso a leggere le riflessioni che hanno accompagnato il processo costituente degli Stati Uniti, nel lontano 1787.

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L’idea centrale era quella di creare istituzioni espressione della volontà del popolo e della sua capacità di autogoverno (laddove “popolo”, nel 1787, significava maschio, bianco, economicamente solido) e questo – ovviamente – non poteva che significare anche scelta delle istituzioni da cui farsi governare. Per questa ragione, uno dei temi che più vennero discussi dentro e fuori la Convenzione, fu quello relativo alla “emendabilità” della Costituzione.

La Costituzione, per non essere trattata alla stregua di una qualsiasi legge ordinaria, deve essere protetta. E’ il “contratto originario” e quindi – come ogni contratto – non si può cambiare alla leggera. Di questo era certo James Madison (che sarà il IV presidente degli Stati Uniti), che sosteneva come la Costituzione andasse protetta dalle “passioni del momento” e che rappresentasse un patrimonio da consolidare, arricchire e trasmettere alle generazioni future. Come una torcia, come un testimone nella staffetta.

Di visione opposta era Thomas Jefferson – il III presidente – che invece era convinto che le Costituzioni dovessero essere aggiornate e riviste spesso, almeno una volta per ogni generazione. E quindi credeva nella convocazione di una Convenzione ogni 20 anni, o giù di li… perché – come scrisse nel 1789 – “I am increasingly persuaded that the earth belongs exclusively to the living and that one generation has no more right to bind another to it’s laws and judgments than one independent nation has the right to command another“.

Traducendo alla meno peggio, Jefferson sosteneva quindi che “sono sempre più convinto che la terra appartenga esclusivamente ai viventi e che una generazione non ha più diritto di vincolare un’altra a legge e giuramenti di quanto non ne abbia una nazione indipendente di comandarne un’altra”. E quindi – per Jefferson – il patto originario è sempre rinegoziabile.

E’ esattamente questa la questione: quanto siamo oggi vincolati alle scelte di ieri? e quanto lo saranno domani i nostri eredi alle nostre di oggi? La domanda – a meno di un mese dalla morte dell’ultimo Costituente vivente – non è oziosa. La generazione di chi scrisse la Costituzione è ormai passata alla storia, ma noi possiamo fare quello che vogliamo?

In definitiva, cosa siamo noi rispetto al nostro Paese o alle nostre istituzioni? siamo dei proprietari o dei semplici custodi, che devono trasmettere intatto e migliorato un patrimonio ricevuto dai Padri? La questione delle riforme sta tutta qua… Custodi o proprietari. Ciascuno si dia la propria risposta…

Certo però, di Thomas Jefferson, in giro non se ne vedono molti…

Autore: Marco Cucchini

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One thought on ““The Earth belongs to the living”

  1. Al contrario: forse di presunti T. Jefferson da qualche tempo se ne vedono vari in giro, senza averne peraltro né la statura (morale, politica, culturale,…) né l’onestà intellettuale. Piccoli riformisti (o piccoli furbetti) legati perlopiù alla voce del padrone o della consorteria di turno propugnano modificazioni al Patto Costituzionale senza una chiara visione di ciò che esso rappresenta per gli uomini, le donne e per le generazioni, glissando anche su una idea di bene comune. Naturalmente ammiro anch’io Jefferson nella ricerca di un accordo fra uomini (fra persone, cittadini liberi e uguali nei diritti) su un grado più alto di convivenza civile, rispetto ad uno inadeguato o superato. Il punto è avere o mantenere un riferimento alto, (principi, valori..) che valgano per la dignità del genere umano come di una cittadinanza o di un popolo. Quanto a ‘custodi’ o ‘proprietari’ propendo per la custodia non passiva (che può tradursi in conservatorismo), bensì attiva che acuisca consapevolezza. La proprietà è strumentalmente piegata ad arroganza o sopraffazione a meno che non riesca a condividere con altri un principio non univoco , ma plurale, di appartenenza.

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