Eutanasia di una classe politica

politique_hebdo29/07/2013 – Non ho mai creduto che un gruppo di potere sia capace di autoriformarsi. I regimi mutano perché – da fuori – qualcuno spinge per il cambiamento e – riuscendoci – impone nuove regole.

La dittatura di Cesare ha sostituito la classe dirigente senatoriale che non era stata capace di capire che la Repubblica avesse bisogno di regole nuove. La Magna Carta è stata strappata a forza a un sovrano, minacciando la guerra civile. La riforma della Chiesa è stata resa necessaria dal diffondersi del Protestantesimo e dalla perdita di mezza Europa, sottratta alla fede vecchia e tirata dentro quella nuova. La “Glorious Revolution” e il passaggio a una monarchia parlamentare in Inghilterra è stato reso possibile solo tagliando la testa a un Re e cacciandone un altro. I nobili francesi non hanno capito che i tempi stavano cambiando e quindi sono finiti alla ghigliottina, così come è capitato a quelli russi nel 1917 e ai boss comunisti alla fine del 1989.

Chi non sa riformarsi muore e chi ha bisogno di riforme non sa darsele. E più ne ha bisogno, meno è capace di autoriformarsi e più è probabile che vi sia un collasso di natura endogena o esogena. E questo non vale solo per i regimi politici, ma anche per le associazioni, per i gruppi, per le realtà economiche e per i partiti politici. In tempi di crisi, o cambi, o muori.

Il PD sta morendo. La sua classe dirigente – che è sostanzialmente la stessa dall’inizio della II Repubblica, se non prima – è un po’ come il colonnello Aureliano Buendìa che promosse 32 rivolte perdendole tutte, ma sopravvivendo a ogni tentativo di eliminazione, fosse un attentato, un plotone d’esecuzione e pure un tentativo di suicidio. Ma del colonnello marqueziano non ha ne il romanticismo, ne la sostanziale buona fede. Forse – più che Buendìa – ricordano il governo corrotto e decadente degli Eunuchi, durante gli ultimi anni della dinastia Macedone, quando l’impero bizantino fu privo di un vero imperatore e il governo venne retto dalla burocrazia imperiale. L’età d’oro degli intrighi dei protosebasti o dei protovestiari, che si eliminavano l’uno con l’altro mentre i turchi avanzavano in Anatolia e i Bulgari nei Balcani…

Fuor di metafora il punto è uno solo: anche i sassi hanno capito che nel blocco di potere che governa il PD la vera necessità non è tanto vincere le elezioni politiche (governare è un fastidio), quanto vincere i congressi, perché è solo così che si controlla la distribuzione del potere al centro come in periferia. E quindi, la cosa principale è fare la guerra a Renzi perché portatore di una visione di partito e di governo diversa, più moderna e al passo con i tempi, lontana anni luce da quella che oggi domina dentro la dirigenza del PD.

La pagliacciata sulle “regole” congressuali di un paio di giorni fa è chiarissima: sia Veltroni che Bersani sono stati eletti da primarie aperte e l’apertura del processo elettorale è sempre stata rivendicata come un vanto del partito, come una risorsa democratica. E quindi, che senso ha – ancora – ripartire da zero con le “regole”? perché le regole vengono cambiate ogni volta, sulla base delle esigenze del momento? Come nei sistemi autoritari, quando il caudillo di turno concede un “plebiscito” sul proprio potere, a condizione che sia lui a dettarne modalità e tempi… La “pagliacciata sulle regole” serve a truccare il voto e pilotare il risultato, così come avvenuto con le finte primarie per i parlamentari e – forse – il gioco può pure riuscire. E dopo?

La dirigenza del PD non si è posta delle domande sulla sconfitta elettorale dello scorso febbraio. Hanno continuato come nulla fosse… con la guerra assurda e incomprensibile a Matteo Renzi, con le divisioni interne laceranti, con gli intrighi di palazzo, irritando i militanti e perdendo prestigio (quel poco rimasto) nel Paese. E questo da il senso della lontananza non solo dagli elettori, ma dai propri stessi militanti. Una lontananza e un autolesionismo che lasciano basiti.

E non possiamo non chiederci: che razza di politica potrà mai costruire un Paese dove il principale partito è lacerato da guerre intestine tra burocrati senza cuore e gli altri due – il PDL e il M5S – sono emanazione personale e populistica di un singolo? Ritorneremo mai a far parte delle democrazie occidentali classiche?

Autore: Marco Cucchini

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