La ricostruzione prima dell’ultimo diluvio

mani08/08/2013 – Fragile è la rosa. E fragili sono le antiche rovine, di Pompei ad esempio. Ed i paesaggi. I boschi. Il mare nostro. Fragile è la bellezza tutta. E la democrazia sopra ogni cosa.

Allora, violento ci appare il momento in cui transitiamo adesso. Eccezionale. E confuso. Perché ci ha colpiti un’alluvione. Culturale, prima ancora che politica ed economica. E ricopre il territorio, confonde le mappe ed i confini. Distrugge il paziente lavoro accumulato nei campi. Con fatica. Durante la semina. Analfabeti, siamo tornati ad essere, in un certo senso. Preclusa ormai la via che porta, però alla semplicità.

Perché qualcosa si è perduto negli scorsi decenni. Almeno in una parte di noi. E potrebbe bastare. Inaridire l’insieme. È la pedagogia di cui parla Guido Crainz su La Repubblica del 6 agosto (“La devastazione delle regole”). Il vocabolario stesso delle istituzioni democratiche. La coscienza dei suoi valori. Il senso della cittadinanza.

Ascoltiamo, quindi, sentenze definitive. E vediamo quali reazioni ne derivano. Ascoltiamo richiami a parole ormai svuotate. Giustizia. Responsabilità. Uguaglianza. O separazione dei poteri. Per dirne giusto alcune. Restare privi di conseguenze. E perfino rovesciarsi in proclami contrari. Talvolta pericolosi. Smarrita ogni evidenza. Di unacomprensione condivisa della realtà. Se non altro istituzionale. Analfabeti, siamo tornati ad essere. Della democrazia.

E questo solleva dunque una duplice questione.

Da un lato, in effetti, appare incrinata la capacità del sistema educativo (pubblico, ovviamente, ma non solo) di formare cittadini e spiriti critici. Persone e solidarietà. Prima ancora che lavoratori competenti – a cui si nega poi, tra l’altro, lo stesso sbocco professionale. E dall’altro lato, si assiste alla debolezza dei partiti politici nel riannodare la trama di quel medesimo sfrangiato tessuto civile. Trasmissione interrotta o sterile del messaggio repubblicano. Pur nella varietà delle possibili declinazioni.

Sulla prima questione, dobbiamo confessare di trovarci innanzi ad una battaglia epocale. Ben oltre i meri confini nazionali. Come ha più volte sottolineato, tra gli altri, la filosofa statunitense Martha Nussbaum (per esempio nel suo saggio: Non per profitto, Il Mulino). Criticando la tendenza globale a relegare sempre più le materie umanistiche in un ruolo subordinato rispetto a quelle scientifiche. Con la conseguenza di frantumare il terreno culturale, e umano appunto, da cui germogliano tutti i valori fondanti della democrazia.

Cittadini oltre che utenti. Persone oltre che consumatori. Cooperazione oltre che competizione.

Non sfugga neppure, però che a questo problema di paradigma storico (strutturato intorno alle esigenze del capitale), deve aggiungersene un altro, tutto italiano: lamancanza di adeguate risorse destinate al sistema educativo stesso. Per le ragioni della crisi, certo, e per l’assenza di una strategia lungimirante. Politica, culturale. E perfino economica. Se è vero che non può darsi nessuno sviluppo senza le risorse intellettuali e cognitive necessarie.

Civismo e innovazione, dunque, non sono valori antitetici.

E la stessa cerimonia elettorale, in assenza di un’opinione pubblica consapevole ed esigente, rischia di trasmutarsi in un feticcio. Prigioniera di tentazioni populistiche. Di umori e disamori che non si aggregano in rivendicazioni collettive durature. Né in un argine invalicabile ai fallimenti della classe politica. Salvo precipitare nel disinteresse. L’astensione. O nell’interesse, ma particolare. E proprio la debolezza dell’opinione pubblica genera, tra l’altro, la necessità di un potere giudiziario costantemente vigile. Ed attivo.

(E se introducessimo un esame di ammissione al voto? Come fossimo alla maturità. C’era una volta il suffragio in base al censo. E se tornasse adesso in base al senso? È una provocazione, ovviamente. Non si fraintenda. Eppure.)

L’opinione pubblica (inclusi i mezzi di informazione), in altre parole, dovrebbe custodire/contribuire a quella comprensione condivisa della realtà. Di cui sopra. Perché anche la realtà, le parole e le idee, sono un bene pubblico. Sono il luogo in cui possiamo convivere ed incontrarci. A partire dal quale divenire diversi.

E poi, dunque, la seconda connessa questione. Che riguarda direttamente i partiti politici. E forse, in specie, i partiti della sinistra. Ovvero che, mentre si erodevano importanti valori costituzionali e repubblicani (a causa di una destra inadeguata e del messaggio personalistico del suo leader), la sinistra non sempre ha saputo proporre un’efficace visione alternativa. Né restaurare quei fragili frammenti di coscienza civile che stavano franando davanti ai nostri occhi. Proprio come i mosaici di Pompei. Anche a causa di quanto detto sul sistema educativo.

Al personalismo, alla corruzione, al maschilismo, alla xenofobia, all’abusivismo, all’evasione fiscale, al conflitto di interessi, all’incompetenza, alla volgarità perfino, si è risposto evocando i tradizionali valori del collettivo, dell’onestà, dell’uguaglianza di genere, razza e religione, della fedeltà fiscale. Della sobrietà. Della Costituzione. Credendo, come in effetti accade in altre democrazie mature, che la loro mera evocazione avrebbe di per sé risvegliato le nostre assopite coscienze. Provocando sdegno. E schiaccianti vittorie elettorali.

Ma lo sdegno è stato intermittente. O situato socialmente. E le vittorie elettorali, non esattamente travolgenti. Quando ci sono state. L’evocazione rassomigliando piuttosto ad una seduta spiritica. Assente però il convitato. E questo perché quei (bellissimi, ma fragilissimi) valori cui si richiamava la sinistra avevano nel frattempo dismesso le proprie radici dai cuori delle masse, dai ventri e dalle viscere. Finendo col divenire parole desuete. Reliquie mute di un’epoca passata.

Non era più evidente il perché contavano e andavano difesi. Ovvero, evocarli non bastava più.

Ed invece di ricostruire una connessione sentimentale (direbbe Vendola) e razionale, al contempo, tra quei valori ed i cittadini, la sinistra ha finito col subire (in un terreno che le permane estraneo) la logica stessa dell’avversario politico: contavano, ormai, il carisma ed il corpo quasi mistico dei leader più che la visione da essi incarnata. E penso ad una frase della poetessa cilena Gabriela Mistralcome l’anima per il corpo, l’artista per il suo popolo.

Siano messaggeri i politici. Non siano il messaggio. Malgrado McLuhan.

È quindi una vera e propria “impresa pedagogica” che deve farsi, adesso. Una ri-alfabetizzazione democratica. Oltrepassando le diverse aree politico-sociali, rinchiuse nei rispettivi moti centripeti. Isolate. A tratti perfino fanatiche. Riscoprendo lo slancio che seguì alla fine della guerra. 60 anni fa. Quando tutto andava costruito nuovamente. E che per ragioni cronologiche e culturali, sembra oggi indebolito. E per quanto attiene alla sinistra, con un’attenzione rinnovata ai più fragili tra noi.

Non si dica più solamente: Costituzione. Si spieghi perché è importante. Quale sia la sua storia. Che poi, è la nostra storia. Non si dica più solamente: separazione dei poteri. Si spieghi perché essa stia alla base di qualunque regime democratico. Non si dica più solamente: Legalità. Si spieghi perché le regole, a qualunque livello, devono rispettarsi. Non si dica più solamente: Uguaglianza, solidarietà, sostenibilità. Si sappia spiegare perché questi valori contano. E perché il lavoro. La laicità. I Diritti civili. Il sindacato. Perché il consenso popolare non assolve, né permette qualsiasi cosa. Perché, infine, la stessa democrazia.

Si rifletta in profondità, insomma, sui valori della sinistra. E non solo della sinistra. Ci si impegni nel renderli coscienza condivisa. Nel tessere la fragile trama della nostra realtà. Culturale. Politica. Istituzionale. Senza nulla più dare per scontato. Perché nulla più lo è. E su questi temi poi la sinistra indichi l’agenda. Alle camere, certo. Ed ai cuori delle persone tutte. Perché non siano taluni valori fondamentali prerogativa di pochiilluminati cittadini. Si ricostruisca prima che venga l’ultimo diluvio.

É un’impresa lunga e faticosa. Come la semina. Il lavoro dei campi. Ma non deve rimandarsi oltre. Perché fragile è la bellezza tutta. E la democrazia sopra ogni cosa.

Autore: Luca Calvetta | Fonte: huffingtonpost.it

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