I 3 paradossi delle riforme

paradossi 226/08/2013 – Ritorniamo alle sane abitudini del lunedì dopo l’interminabile mese di agosto (che non è ancora terminato, ma vabbè…). Questa settimana potrebbe cadere il governo, la misteriosa “commissione dei Saggi” insediata per scrivere la nuova Costituzione (o almeno per dare una traccia) perde ancora pezzi (Nadia Urbinati è l’ultima dimissionaria), ma noi facciamo finta che tutto vada come deve andare e ragioniamo ancora un po’ sul tema delle riforme. Per le quali intravvedo – in Italia ma non solo – 3 paradossi…

  • Paradosso n. 1: “I morti contro i vivi”

Le costituzioni sono nate per durare e durare nel tempo. Non sono leggi comuni, ma dettano principi fondamentali e regole del gioco fatte per plasmare lo sviluppo di una società sul lungo periodo e quindi devono essere protette dal rischio di facili cambiamenti, dagli umori del momento, dalla “dittatura delle maggioranze”… Però le Costituzioni fotografano e rappresentano anche il prodotto compromissorio delle passioni, delle speranze e dei pregiudizi della generazione che le ha redatte e quindi – in quanto tali – fotografano un momento, un attimo appena. Ma in quell’attimo pongono una ipoteca pesante sulla politica negli anni che seguiranno. E se fanno errori, gli errori diventano più difficili da rimediare…

Questo problema era emerso con forza già nel dibattito costituzionale all’origine degli Stati Uniti… Thomas Jefferson sosteneva l’utilità (anzi, la necessità) di giungere a periodiche convocazioni della Convenzione per adeguarne il testo allo scorrere del tempo, mentre James Madison sentiva la preoccupazione che “le pubbliche passioni” del momento potessero avere un effetto turbativo sulla pubblica tranquillità” e sull’ordinaria azione delle istituzioni politiche.

Jefferson e Madison avevano entrambi ragione, dal loro punto di vista: il primo sosteneva che se il governo deve essere espressione della volontà del popolo, allora anche le modalità con le quali il suo potere si esercita devono essere poste a disposizione della comunità dei governati in base al principio che “la terra appartiene ai viventi” e rimase negli anni a seguire fedele a questa idea. Prevalse però la visione di Madison per il quale la Costituzione non avrebbe dovuto essere trattata alla stregua di una normale legge ordinaria e che il compito dei figli non fosse certo quello di smontare quanto fatto dai padri, ma solo di “migliorare e perpetuare” il loro lascito. Si affermò quindi l’idea della rigidità e sostanziale perpetuità della Costituzione, idea che per buona parte è stata fatta propria – circa 150 anni dopo – anche dalla classe politica italiana della I Repubblica.

E quindi – formalizzazione del primo paradosso – più è debole il prestigio dei vivi, maggiore sarà la forza dei padri morti nell’impedire una riforma in linea per qualità politica con il testo vigente…

  • Paradosso n. 2 “Il tamburo”

Diversi anni fa incontrai il prof. Gianfranco Miglio, “ideologo” della Lega Nord ma soprattutto per quasi 30 anni preside di Scienze Politiche alla “Cattolica” di Milano. Passammo assieme un pomeriggio durante il quale si parlò molto di riforme costituzionali e lui mi disse che il problema delle costituzioni è che sono compromissorie e quindi poco vitali, mentre quelle che funzionano “sono sempre imposte dal vincitore al vinto sul tamburo”.

L’immagine militaresca e un po’ violenta mi colpì parecchio, anche se perfettamente in linea con il personaggio, tanto accorto nello scrivere quanto divertito nello scandalizzare se intento a conversare. Ma riflettendoci, il succo era questo: tanto più una costituzione è garantista, tanto più sarà difficile modificarla. E tanto più sarà necessario modificarla, tanto più difficile sarà trovare un accordo ampio per la sua modifica. Da questo ne consegue la teoria del “tamburo”, l’idea che alla fine ci voglia un vincitore e un vinto.

Miglio citò la V Repubblica francese, sottolineando come in quel caso si sia usciti dall’impasse con “uno sbrego” anzi – per dirla con Mitterrand – grazie a “un colpo di stato permanente”. Nella V Repubblica il presidente Coty si assunse la responsabilità di promuovere una procedura di revisione della Costituzione non prevista dall’ordinamento, dandone l’incarico di portarla a termine al generale De Gaulle, che forte del suo prestigio impose modi, tempi e contenuti della nuova Costituzione.

Nel caso italiano però non esiste un generale De Gaulle. Nessuno ha tanto prestigio, tanto senso delle istituzioni e tanta scaltrezza da dare vita a una nuova Costituzione senza cader sotto le rovine del suo stesso tentativo. E questo è il secondo paradosso: più è necessaria la riforma, meno sarà facile farla secondo le vie ordinarie e quindi sarà probabile il ricorso a modalità “alternative”. Ma più si avvicina la possibilità di una “rottura” nelle procedure di riforma e più è facile che si allontanino le posizioni dei singoli attori, rendendo difficile (o impossibile) la riforma sia con vie ordinarie, sia con vie straordinarie.

  • Paradosso n. 3: “non voglio andarmene da qui!”

Nessuna modifica nella forma di governo avrà un senso se non si riforma anche la legge elettorale e questo cambiamento, in fondo, dovrebbe essere il più semplice, dato che la normativa elettorale non richiede la procedura complessa e macchinosa prevista dall’art. 138 per modificare la nostra Costituzione.

Il problema è che un parlamentare può accettare di discutere di sfiducia costruttiva, bicameralismo differenziato, federalismo, sistema di elezione del presidente della Repubblica… ma quando arrivi alla legge elettorale, ogni singolo deputato o senatore si chiederà invariabilmente “ma se io accetto questo cambiamento, qua ci ritorno?” e questo vale non solo per modificazioni di sistema (come – ad esempio – passando da proporzionale o maggioritario) ma anche per dettagli minimi: se cambia la circoscrizione, cambia la modalità di calcolo nell’attribuzione dei seggi… Insomma, se non sei un peso almeno “medio-massimo” della politica, sei consapevole di rientrare tra i “peones”, che sono – notoriamente – gli ultimi a sapere e i primi a saltare.

E quindi, tutti i parlamentari “che non luccicano” saranno sempre ostili a una riforma elettorale, perché non sono sicuri di controllarne fino in fondo gli esiti. Pertanto, nel segreto del voto, dovendo scegliere tra varie esigenze e vari stimoli, prevale probabilmente il “non voglio andarmene da qui!”

E questo è il terzo paradosso: le chiavi della riforma nelle mani dei “riformandi”. La riforma che serve per rinnovare la qualità della classe politica viene a dipendere dalla volontà della medesima classe di accettare di farsi da parte, di lasciare spazio a una nuova generazione e a una nuova idea di rappresentanza (perché è a questo che serve la riforma elettorale). Insomma, bisogna sperare che chi non vuole farsi da parte, chi dice “non voglio andarmene da qui”, decida improvvisamente, non si sa perché, non si sa come, di rinunciare a tutto e scomparire nell’ombra. Un po’ difficile, no?

E questi sono i tre paradossi delle riforme: la difficoltà dei figli di rinnegare il lascito dei padri; l’impossibilità di giungere a soluzioni straordinarie quando non si è neppure in grado di conseguire quelle ordinarie e – infine – l’implausibilità che la classe dirigente da cambiare accetti di farsi da garante del proprio stesso cambiamento…

Questo mi porta ad essere pessimista sull’effettiva possibilità di una qualche riforma vera e incisiva. Senza cultura, leadership e amor patrio non si va da nessuna parte. E infatti, noi non andremo da nessuna parte…

Autore: Marco Cucchini

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