Non si votano i programmi, si votano i leader

partiti-politici27/09/2013 – I partiti sono ancora essenziali ma sono al servizio di una personalità. L’epoca in cui si votava un programma è finita, «la democrazia del pubblico è il governo dell’esperto di media». La lezione di Bernard Manin

L’importanza della discussione nella democrazia dei partiti è stata spesso sottovalutata, giacché il ruolo critico del compromesso in questa forma di governo non è stato adeguatamente riconosciuto. Si è creduto che i rappresentanti dei diversi campi fossero strettamente vincolati da programmi dettagliati e prefissati, nel qual caso, effettivamente, non avrebbe potuto aver luogo alcun cambiamento di posizione e quindi nessuna discussione deliberativa. In realtà, tuttavia, quando la democrazia dei partiti è una forma di governo stabile, non funziona attraverso la rigida attuazione di programmi politici.

In anni recenti si è verificato un cambiamento notevole nell’analisi dei risultati elettorali. Prima del 1970, la maggior parte degli studi sulle elezioni giunsero alla conclusione che le preferenze politiche potessero essere spiegate dalle caratteristiche sociali, economiche e culturali dei votanti. Una serie di lavori recenti sul tema dimostra che non è più così. I risultati delle elezioni variano significativamente da un’elezione a quella successiva anche quando il retroterra socioeconomico e culturale dei votanti rimane invariato.

La personalità dei candidati sembra essere uno dei fattori essenziali di queste variazioni: la gente vota in modo diverso da un’elezione all’altra, a seconda delle persone particolari che competono per il suo voto. Gli elettori tendono a votare sempre più per una persona e sempre meno per un partito o un programma. Questo fenomeno segna una rottura rispetto a ciò che era considerato il comportamento di voto normale nella democrazia rappresentativa, creando l’impressione di una crisi della rappresentanza. Come abbiamo visto, tuttavia, il ruolo predominante delle etichette di partito nelle elezioni è caratteristico solo di un tipo particolare di rappresentanza, ossia della democrazia dei partiti. E’ egualmente possibile vedere la trasformazione presente come il ritorno a una caratteristica del parlamentarismo: la natura personale del rapporto di rappresentanza.

Sebbene l’importanza crescente dei fattori personali possa anche essere vista nel rapporto fra ciascuna rappresentanza e i suoi elettori, essa è percepibile al massimo grado a livello nazionale, nel rapporto fra l’esecutivo e elettorato. Gli analisti hanno da tempo osservato che nei paesi democratici c’è una tendenza alla personalizzazione del potere. Nei paesi in cui vige l’elezione diretta del capo dell’esecutivo le elezioni presidenziali tendono a diventare le elezioni principali, che danno forma all’intera vita politica. Nei paesi in cui il capo dell’esecutivo è anche il leader del partito di maggioranza in parlamento, le campagne e le elezioni per il legislativo si focalizzano sulla persona del leader.

I partiti giocano ancora un ruolo centrale. Essi forniscono risorse cruciali come le reti di contatti e di influenza, le capacitα di raccogliere fondi di lavoro di volontariato degli attivisti. Ma tendono a diventare strumenti al servizio di un leader. A differenza che nel parlamentarismo, è il capo del governo, anziché il membro del parlamento, a essere visto come il rappresentante per eccellenza. Come nel parlamentarismo, tuttavia, il rapporto fra il rappresentante così definito e i suoi elettori ha un carattere essenzialmente personale.

La situazione presente sembra avere due cause. Anzitutto, i canali della comunicazione politica influiscono sulla natura del rapporto di rappresentanza: attraverso la radio e la televisione i candidati possono di nuovo comunicare direttamente con i loro elettori senza la mediazione della rete di partito. L’epoca degli attivisti politici e degli uomini di partito è finita.

Inoltre, la televisione conferisce una salienza e una intensità particolari alla personalità dei candidati. In un certo senso, essa fa rivivere la natura faccia-a-faccia del legame rappresentativo che contraddistingueva la prima forma di governo rappresentativo. I mass media, tuttavia, favoriscono determinate qualità personali: i candidati vincenti non sono i notabili locali, ma ciò che chiamiamo «figure mediatiche», ossia persone che hanno una maggiore dimestichezza con le tecniche della comunicazione mediatica rispetto ad altre. Ciò cui stiamo assistendo oggi non è un allontanamento dai principi del governo rappresentativo, bensì un cambiamento nel tipo di élite che viene selezionato. Le elezioni continuano a elevare alle cariche individuali che posseggono caratteristiche distintive; esse conservano il carattere elitista che hanno sempre avuto. Tuttavia, una nuova élite di esperti della comunicazione ha sostituito l’attivista politico e il burocrate di partito. La democrazia del pubblico è il governo dell’esperto di media.

In secondo luogo, il ruolo sempre maggiore delle personalità a discapito dei programmi è una risposta alle nuove condizioni nelle quali i funzionari eletti esercitano il loro potere. L’ambito dell’attività di governo si è esteso notevolmente durante gli ultimi cento anni. Il governo non regola più semplicemente la cornice generale della vita sociale; oggi esso interviene in tutta una serie di ambiti (specialmente nella sfera economica), prendendo decisioni concrete. Per i candidati è più difficile fare promesse precise: tali programmi diventerebbero ingestibili e illeggibili. Ancora più importante è il fatto che a partire dalla seconda guerra mondiale l’ambiente in cui opera il governo è diventato molto pi∙ complesso. Come conseguenza della crescente interdipendenza economica, l’ambiente che ha di fronte ciascun governo è il risultato di decisioni prese da un numero sempre maggiore di agenti. A sua volta ciò significa che, per i politici, i problemi da affrontare una volta in carica diventano sempre meno prevedibili. Quando si candidano per una carica, i politici sanno che dovranno far fronte a degli imprevisti; perciò non sono inclini a legarsi le mani impegnandosi su un programma dettagliato.

La natura e l’ambiente dell’attività del governo di oggi, perciò, richiedono sempre più un potere discrezionale, la cui struttura formale può essere paragonata alla vecchia nozione di potere «prerogativo». Locke definì la prerogativa come il potere di prendere decisioni in assenza di leggi preesistenti. La necessità di un tale potere è giustificata nel Secondo trattato dal fatto che il governo può dover affrontare degli imprevisti, mente le leggi sono regole prefissate e promulgate in anticipo.

Per analogia, si potrebbe dire che i governi contemporanei hanno bisogno di un potere discrezionale rispetto ai programmi politici, dal momento che è sempre più difficile prevedere tutti gli eventi ai quali i governi devono rispondere. Se dalle circostanze presenti è richiesta una certa forma di potere discrezionale, per i candidati è razionale presentare le proprie qualità personali e la propria predisposizione a prendere buone decisioni piuttosto che legarsi le mani con promesse specifiche. Anche i votanti sanno che il governo deve affrontare eventi imprevedibili. Dal loro punto di vista, dunque, la fiducia personale che ispira il candidato è un criterio di selezione più adeguato della valutazione dei piani di azione futuri. La fiducia, che era stata così importante alle origini del governo rappresentativo, assume di nuovo un ruolo centrale.

Così i votanti contemporanei devono accordare ai loro rappresentanti un certo grado di discrezione rispetto ai programmi. E’ sempre stato così, una volta che è stata presa la decisione di proibire i mandati imperativi. La situazione presente rende soltanto più visibile una caratteristica permanente della rappresentanza politica. Ma potere discrezionale non significa potere irresponsabile. I votanti contemporanei continuano a conservare il potere finale che hanno sempre avuto nei governi rappresentativi, ossia il potere di rimuovere i rappresentanti di cui trovano insoddisfacenti le prestazioni passate. L’epoca in cui si votava sui programmi dei candidati è probabilmente finita, ma potrebbe cominciare l’epoca in cui si vota sulle prestazioni passate dei candidati uscenti.

Autore: Bernard Manin | Fonte: Principi del governo rappresentativo (Il Mulino, 2010)

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