Vi spiego perché destra e sinistra sono morte. Parla il sondaggista Valente

Vi spiego perché destra e sinistra sono morte. Parla il sondaggista Valente

05/10/2013 – Per gentile concessione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo il commento di Goffredo Pistelli uscito sul quotidiano Italia Oggi.

Nel mezzo della tempesta politica, come quella che stiamo vivendo in Italia, la scienza demoscopica assume un fascino ulteriore: loro, i sondaggisti, i ricercatori del mercato politico, conoscono, meglio e prima di altri, che cosa ci sia nelle testa e nella pancia degli Italiani. Fra sogno di democrazia istantanea, come il caffè solubile nell’acqua bollente, e il timore della manipolazione e del cervello all’ammasso per seguire il mainstream.

Uno dei meno televisivi ma molto apprezzati da aziende e istituzioni, è certamente gli Antonio Valente, 55 anni, sociologo di vocazione e di studi, da 30 anni a lavoro nella ricerca di mercato, fondatore e amministratore delegato di una società, Lorien, inserita in un gruppo multinazionale come Wwp, e autore, per Garzanti, del saggio La sfera di cristallo. I sondaggi di opinione e il marketing politico.

Valente, siamo alla politica che naviga a vista, al sondaggio giorno per giorno per capire l’umore degli elettori. Non sarà che la politica così muore?

Sa quanto pesano i sondaggi sui 600 milioni di euro che, grossomodo, fatturano la sessantina di aziende riunite nell’associazione del settore, la Assirm?

Non ne ho idea…

Il 5%. Vale a dire che, per cento euro fatturate nel settore, solo cinque arrivano dalla politica. E anche noi di Lorien siamo più o meno nello stesso rapporto.

Quindi, alla fine, non c’è poi tutto questo gran ricorso allo strumento…

Il sondaggio politico-elettorale è sempre esistito, solo che negli ultimi 20 anni, alla funzione principe, cioè quella informazioni per prendere decisioni, il tema del consenso, è diventato sempre più spesso uno strumento di propaganda, uno elemento di pressione, qualcosa che serve a urgere le conseguenze.

Ma dell’uso corretto del sondaggio che ne pensa?

Fa piacere che sia diventato sempre più centrale il ruolo della decisione, il dare voce ai cittadini, è certamente una buona pratica: meglio cioè il marketing politico che la normalizzazione delle decisioni, prese nelle cantine di qualche sezione di partito piuttosto che nella testa di chi governa.

Il confine con il sondaggio come clava politica da abbattere sulle teste avversarie però è labile se, alla base, c’è sempre quello che pensano i cittadini, correttamente rilevato.

Un confine sottile, è vero. Che si faccia più ricerca in politica è buona cosa, è segno di democrazia. Significa essere al passo coi tempi. Quale multinazionale, oggi, si può permettere di non ascoltare i propri consumatori? Sarebbe follia, significherebbe mettersi fuori dal mercato in un attimo…

Quindi la differenza chi la fa?

La differenza fra il sondaggio come arricchimento della democrazia e il sondaggio strumentale la fanno gli operatori che ormai hanno un mezzo scientificamente affinato da oltre 50 anni di scuola e potenziato enormemente dalle nuove tecnologie. Quindi è positivo che lo si usi per capire cosa pensi la gente.

E l’uso distorto dove sta?

Nella denigrazione dell’avversario, nei dati immessi e comunicati in maniera distorta. Per carità, succede in tutto il mondo, ma in Italia sovente.

Facciamo un esempio?

È la tipica situazione in cui, durante il talk show, qualche ospite agitando un foglio dice che «i sondaggi dicono». E utilizza queste verità fantasma pro domo sua. I sondaggi corretti sono quelli che, il giorno dopo, sono depositati all’Autorithy per le comunicazioni, perché tutti possano controllarne il campione, la metodologia e il committente, cioè chi paga.

Insomma non c’è bisogno di regole più severe, come vietare i sondaggi alla vigilia del voto?

No, basta applicare le norme esistenti. E quel divieto, mi lasci dire, è una stupidaggine: 15 giorni prima di un’elezione mettiamo il bavaglio a tutti. Non esiste in tutto il mondo. Nel voto tedesco della scorsa settimana, abbiamo avuto sondaggi anche il giorno stesso in cui ci si recava alle urne. Solo da noi c’è l’idea che la trasparenza possa far male.

Torniamo all’Italia, Valente, lei che misura il sentiment, come dite voi, degli Italiani verso la politica. Come è cambiato questo Paese nel voto?

La prima evidenza è che tutto quello che c’era prima non c’è più. La suddivisione ideale, sedimentata, a prescindere, fra destra e sinistra non esiste più come l’abbiamo conosciuta. Ormai il 50% dell’elettorato non vota più in base all’appartenenza come un tempo, fino agli anni ’80. Oggi l’elettorato «solido», che sceglie per tempo, ormai si colloca intorno al 30-35% mentre 35 elettori su 100 scelgono quasi d’impulso, a pochi giorni dal voto, sensibili anche alle modalità e ai temi della campagna elettorale. E il margine di questa indecisione può essere elevato, il valore degli indecisi molto alto.

Come nell’ultima campagna?

Esatto. In quella tornata elettorale il M5s ha strappato nell’ultima settimana un 5% al non voto, alla parte più arrabbiata del Paese.

Però, insomma, negli ultimi vent’anni c’è stata una divisione, abbastanza netta fra destra e sinistra

Da sempre nel mondo c’è una polarizzazione fra una visione più o meno progressista o conservativa. Da noi lo schema si è rotto con l’avvento di Beppe Grillo. Quattro anni fa, Pd e Pdl insieme avevano il 60-65% dell’elettorato, oggi poco più di un terzo. Ma la divisione, da noi, non è stata destra-sinistra, ma pro o contro Silvio Berlusconi.

Ogni volta un referendum

Esatto. La divisione non è tanto su centrodestra-centrosinistra ma sulla sua persona, perennemente. Bravo lui, in questo caso, e pessimi gli altri, a imporre la centralità della sua figura. Mentre la divisione dovrebbe essere fra chi vuole più o meno Stato nell’economia, più o meno tasse, più o meno impresa ecc.

Un mercato distorto, quella della politica

Innanzitutto dalle regole: nessuno elegge, i partiti nominano. E poi i marchi politici cambiano in continuazione, un po’come se in un campionato di calcio cambiassimo continuamente i nomi delle squadre, le loro maglie, i loro capitani. L’unico rimasto, in funzione iconica, è stato sempre lui, B.

Però, in vent’anni l’Italia è cambiata.

Certamente. Ci sono in gioco generazioni che vedono il mondo diversamente, che parlano una o due lingue, che non guardano i talk-show ma si informano in Rete. Non c’è più l’appartenenza a priori, ma l’adesione a visioni, a proposte.

E la politica politicata offre risposte?

Assolutamente inadeguate. A destra la difesa di un leader, a sinistra la visione per blocchi sociali, dire che l’offerta è inadeguata è dire poco. E qui il ruolo della ricerca sociale, può essere utile

E come?

Per riconnettere la domanda all’offerta politica, come per tutti gli altri mercati. Se un gruppo vuol vendere un’auto a due tempi, quando il mercato ormai guarda all’elettrico, chi fa ricerca di mercato è in grado di dirgli perché e dove sbaglia, fornendogli i dati della nuova domanda, dandogli gli strumenti giusti, per l’offerta giusta.

Fonte: formiche.net | Leggi l’intervista completa su Italia Oggi 

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