Le leggi elettorali in Italia

catlilina09/10/2013 – Superare il Porcellum: tutti d’accordo. Ma la strada dell’intesa tra le forze politiche per una nuova normativa sul voto è ancora piena di ostacoli. La scheda riassume le caratteristiche fondamentali del sistema attuale, il Porcellum, di quello precedente, il Mattarellum, e illustra le proposte di riforma che al momento sembrano riscuotere più consensi.

“PORCELLUM
La legge elettorale attualmente in vigore è la n. 270 del 21 dicembre 2005. Porta il nome del suo relatore, l’allora ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli. Il nomignolo con cui tutti oggi la chiamano deriva da una frase pronunciata dallo stesso Calderoli quando, nello studio del programma Matrix, la definì “una porcata”. Per similitudine con il Mattarellum, la legge elettorale firmata da Sergio Mattarella in vigore fino a quel momento, è stata quindi ribattezzata “Porcellum”.

Come funziona – Prevede un sistema di voto fortemente proporzionale ma con premi di maggioranza finalizzati a garantire governabilità ma che possono anche portare ad un Parlamento molto lontano dalla fotografia del voto stesso, come accaduto nell’ultima tornata. Alla Camera la coalizione vincente acquisisce infatti almeno 340 seggi su 630, indipendentemente dal totale dei consensi raccolti. Nell’ultima tornata il centrosinistra si è garantito il 54% dei seggi pur avendo conquistato solo il 29,5% dei voti. Al Senato, invece, il premio di maggioranza è su base regionale: ogni regione assegna un certo numero di senatori, ma il 55% va in automatico alla coalizione che raccoglie più voti. Così in Lombardia, per fare l’esempio della regione più “pesante”, il centrodestra ha conquistato 27 seggi su 49. Il 55%, appunto, pur avendo messo insieme solo il 37,62% dei voti.

I difetti. Visto che tra le Regioni che assegnano più senatori molte sono storicamente governate dal centrodestra, il meccanismo è stato visto come un vantaggio che i parlamentari della coalizione di Silvio Berlusconi, che votarono la legge (e di cui facevano all’epoca parte anche An e Udc), vollero darsi in vista della sfida del 2006 con il centrosinistra di Prodi, che sulla carta appariva avvantaggiato. Quelle elezioni si conclusero con un quasi pareggio e Prodi riuscì ad avere una maggioranza risicatissima al Senato che rese la sua coalizione estremamente fragile (e infatti dopo due anni naufragò). Con il “Porcellum” si è votato nel 2006 (vittoria Prodi), nel 2008 (vittoria Berlusconi con maggioranza molto ampia) e nel 2013 (vittoria “a metà” di Bersani).

I tentativi di eliminare il Porcellum. Nel 2009 si tennero tre referendum abrogativi, tesi a modificare tale legge in più punti. Questi referendum, inizialmente fissati per il 18 maggio 2008, furono poi rimandati al 21 giugno 2009 a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, avvenuto il 6 febbraio 2008. Nessuno dei tre referendum raggiunse il quorum del 50% più un elettore.

Nel novembre del 2009 l’avvocato Aldo Bozzi, in qualità di cittadino elettore, con altri 27 firmatari presentò un ricorso di oltre 50 pagine contro la presidenza del Consiglio dei Ministri e il ministero dell’Interno per lesione del diritto di voto. In un’intervista a Repubblica Aldo Bozzi motivò la propria decisione dicendo: “La mia è una ribellione personale. È una legge vergognosa, un imbroglio pazzesco, che produce un Parlamento di “nominati” e non di eletti. Gli italiani non eleggono i loro rappresentanti, e questo è contro la Costituzione”.

La parola alla Consulta. Il 17 maggio del 2013, dopo otto anni e tre elezioni e dopo che in primo grado così come in appello il ricorso venne dichiarato infondato, la prima sezione civile della Corte di Cassazione con una ordinanza interlocutoria (che non decide, ma rinvia) ha disposto di rinviare alla Corte Costituzionale la responsabilità di esaminare il testo, dichiarando rilevanti e non infondate le questioni sollevate dal ricorso di Bozzi. La Corte Costituzionale inizierà l’esame della legittimità o meno dell’attuale legge il prossimo 3 dicembre. Potrebbe non rilevare alcun profilo di incostituzionalità nel Porcellum, o al contrario rilevarlo. Se giudicherà incostituzionali solo alcune parti della legge, potrebbe suggerire al Parlamento semplici modifiche, come quella relativa ai premi di maggioranza. Se invece la Consulta dichiarerà incostituzionale l’intera legge Calderoli, questa dovrà essere “disapplicata”: tornerà dunque in vigore la legge elettorale precedente, il cosiddetto Mattarellum. I diritti acquisiti tramite quella legge resterebbero comunque salvi: ciò significa che il Parlamento eletto con quella legge resterebbe comunque formalmente legittimo (anche se politicamente non molto).

“MATTARELLUM”
Il nome fu coniato dal politologo Giovanni Sartori, che si ispirò al suo relatore, l’ex parlamentare ed ex ministro Sergio Mattarella. È l’insieme di due leggi, la 276 e la 277, del 4 agosto 1993. È un sistema maggioritario con quota proporzionale. per il 25% dei seggi. E’ frutto del referendum del 18 aprile 1993, che aveva spinto per il passaggio dal vecchio proporzionale puro ad un sistema maggioritario che consentisse maggiore governabilità.

Il territorio italiano era diviso in 475 collegi uninominali per la Camera e 232 per il Senato. In ciascun collegio risultava eletto il candidato (uno per ogni partito o coalizione) che avesse avuto il maggior numero di voti, anche uno solo in più degli avversari. Il 25% di quota proporzionale era eletto sulla base di liste bloccate. Il meccanismo dello scorporo avrebbe dovuto garantire le forze minori, escludendo dal conteggio i voti serviti al partito di maggioranza per fare eleggere il candidato della parte uninominale. Per aggirarlo sono però state spesso create “liste civetta” a cui attribuire gli eletti nell’uninominale per non intaccare i voti del proporzionale. Il trucco, congegnato per la prima volta durante le elezioni del 2001, fu attuato sia dalle forze di centrosinistra sia da quelle di centrodestra, creando le une una lista chiamata “Paese Nuovo”, e collegandosi le altre alla lista “Abolizione Scorporo”. Il “Mattarellum” fu utilizzato nelle elezioni del 1994 (vittoria Berlusconi), nel 1996 (vittoria Prodi) e nel 2001 (vittoria Berlusconi).

I difetti. Ai tempi in cui era in vigore, molti commentatori sostenevano che questo tipo di sistema elettorale incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale. Benché questo effettivamente accadesse, bisogna tenere presente che, una volta eletti, i candidati d’una coalizione o d’un partito potevano dar vita a nuove formazioni politiche, come di fatto numerose volte avvenne.

MODELLO ISPANICO
Il modello ispanico, su cui in questi giorni Pd, Pdl e Scelta civica hanno presentato una bozza al Senato che piace anche al M5S, è una rivisitazione del sistema elettorale spagnolo, che di per sé è un proporzionale molto corretto, dagli effetti decisamente bipartitici. La variante italiana, detta appunto “ispanica”, studiata a fondo dal costituzionalista e senatore Pd Stefano Ceccanti, premia generosamente i partiti più grandi. Il premio di maggioranza viene attribuito solo alla coalizione che raggiunge un tetto tra il 40 e il 45 per cento. Al Senato invece il premio diventerebbe nazionale (evitando i pericoli di ingovernabilità), sebbene ripartito su base regionale. Prevede circoscrizioni piccole e liste bloccate di candidati molto corte. In questo modo il parlamentare sarà “riconoscibile” dall’elettore. In parole povere, non sarà conveniente candidare un rappresentante del Nord Est in Calabria e viceversa. Laddove si presentassero dei paracadutati, le forze politiche rischierebbero infatti di perdere il voto alla lista. È contemplata anche la rappresentanza di genere. Viene poi introdotta una soglia di sbarramento più alta.

I difetti. I critici di questo sistema fanno notare che si tratta di un “proporzionale camuffato”.


PROPOSTA D’ALIMONTE-VIOLANTE, RIPRESA DA BINDI

La deputata del Pd Rosy Bindi ha lanciato una proposta alternativa. Secondo la Bindi anche il sistema spagnolo non garantirebbe  il bipolarismo: “Quel sistema  darebbe un premio enorme ai grandi partiti e mortificherebbe i piccoli, anche chi prende più del 5% dei voti – ha spiegato-  Ma soprattutto anche quel sistema lì inchioderebbe alle larghe intese”. L’idea della Bindi ricalca il modello proposto di recente dal costituzionalista Roberto D’Alimonte e rilanciato da Luciano Violante: un proporzionale con premio di maggioranza da assegnare a chi supera una determinata soglia o consegue la vittoria al ballottaggio fra le prime due coalizioni. In pratica, per ottenere il premio di maggioranza, bisogna superare la soglia del 40% dei voti; e se nessun partito o coalizione riesce ad andare oltre tale soglia si va a un doppio turno di ballottaggio tra le due coalizioni più votate. Per rispettare la diversità dei meccanismi elettorali di Camera e Senato stabiliti dalla Costituzione (il Senato è eletto su base regionale), il ballottaggio si svolgerebbe con due schede: una per la Camera e una per il Senato.

L’altro punto qualificante della proposta Bindi riguarda il ritorno del voto di preferenza. Le circoscrizioni elettorali sono disegnate su base provinciale, con liste corte di cinque-sei candidati, per evitare spese elettorali spropositate.

I difetti. I bindiani ammettono che, in linea teorica, dal ballottaggio di Camera e Senato potrebbero uscire due maggioranze diverse: “Ma la serie storica delle elezioni – spiega Nicoletti – dimostra che finora non è mai accaduto che la coalizione che  ha preso più voti in una Camera non lo abbia fatto anche nell’altra. In ogni caso la riforma può essere affiancata alla riforma della Costituzione: quando non ci sarà più il bicameralismo perfetto e il Senato non dovrà più dare il voto di fiducia al governo il problema sarà del tutto risolto”.

Fonte: repubblica.it

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