Le primarie del PD e gli slogan politici esoterici

24/10/2013 – Pubblichiamo qui di seguito un simpatico articolo di Annamaria Testa, titolare della società Progetti Nuovi.  Autrice di diversi saggi e docente universitaria nell’ambito della comunicazione politica.

anna maria testaChe cosa ne pensi degli slogan dei candidati alle primarie? mi domanda Alessandra.

Vabbe’, sarò delicatissima. Cauta e quasi soave.
Lo sussurro solo all’orecchio degli amici di NeU che passano da questa pagina. Lo scrivo in corsivo per rendere l’affermazione più lieve. Lo metto fra parentesi.

(Degli slogan esoterici partoriti dal PD non se ne può più).

Ci siamo già beccati tra i denti l’esortazione “smacchiamo il giaguaro”, comprensiva di balletto sul tetto e preceduta da altre dotte e suggestive invenzioni come il punto percontativo e il (sic) classico e comprensibile interrobang (o punto esclarrogativo).
Tutti sappiamo com’è andata a finire.

Ma siamo così sicuri che “L’Italia cambia verso” sia tanto meglio?
A me, la prima volta che ne leggo, vien subito in mente un’Italia che prima magari grugniva, e adesso che fa? Squittisce? O forse raglia (si vedano i recenti dati OCSE riguardanti le competenze nazionali).
Di ruggire, figuriamoci, non se ne parla.
Poi, per carità, uno approfondisce e chiarisce: lo slogan afferma che “l’Italia cambia verso” sia nel senso del cambiare direzione, sia nel senso dell’andare “verso” un futuro luminoso. E, simmetricamente, “via da” un tetro passato.
Però come fa, l’Italia poveretta, a cambiar verso? Ta-daaaa, ribalta le parole. C’è tutto quel lettering al contrario che riduce il cambiamento a un vezzo tipografico o a un puro, illusorio gioco di specchi. E viene in mente la cattivissima, perché esatta, parodia di Crozza-mentalista.

Siamo sicuri che sia tanto meglio “Bello e democratico”? Che, se riferito al PD, fa un po’ ridere, essendo che il nome del PD è, guarda un po’, Partito Democratico: che il Partito Democratico sia democratico è una non-notizia, e che il partito democratico sia “bello” è, come dire?, un’affermazione di scarsa pertinenza.
Se riferiamo la medesima definizione al paese, be’, verrebbe da pensare che in tempi di recessione, disoccupazione, intese tanto larghe quanto scomode e controverse e totale assenza di progetto siamo un po’ leggerini.
Se, infine, riferiamo l’affermazione al candidato… ma dai, non pensiamoci nemmeno, non è mica l’elezione di Miss Segretario del PD 2013.

… e siamo così sicuri che sia tanto meglio “Le cose cambiano, cambiandole”? Metilparaben propone un generatore automatico, e io non aggiungo ulteriori commenti.
De “Il futuro che vale” trovo scarse tracce in rete. Meglio così: se lo slogan non si consuma troppo lo si può sempre rivendere, terminata la campagna per le primarie, a una qualsiasi compagnia di assicurazioni che proponga pensioni integrative.

Me ne rendo conto e l’ho già scritto più volte. Fare comunicazione comprensibile, consistente e convincente per la politica è più che arduo: i colleghi che si cimentano con gli slogan politici hanno diritto a tutta la simpatia e la sincera comprensione possibili.

Le risorse a disposizione sono scarse. I tempi sono strettissimi. Le indicazioni sono spesso concitate e confuse. I posizionamenti sono fluidi e non sempre a fuoco. Il bisogno di essere distintivi ma inclusivi e di stipare messaggi e sottomessaggi in mezza riga di testo portano i candidati a orientarsi su affermazioni vaghe, nella speranza che evochino tutto quel che non si riesce a dire, e magari tutto quel che si vorrebbe dire ma non si può.
A questo cocktail, che stroncherebbe un elefante, vanno poi aggiunti impazienza, nervosismo, complessità dei progetti e una malsana voglia di apparire originali a tutti i costi, nel presupposto che comunicare significhi più far rumore (obiettivo tattico: coprire gli avversari e acchiappare l’ondivaga attenzione dei media) che trasmettere informazione utile (obiettivo strategico: spiegare con chiarezza la propria visione agli elettori e persuaderli ad aderirvi).

Questo non toglie che varrebbe la pena di provarci, a dir qualcosa di semplice e consistente. In un passato remoto, ma anche recente, ci si è riusciti più di una volta. E qui vi linko di nuovo la rassegna di discreti, buoni (e alcuni ottimi) esempi di comunicazione politica che adci (Art Directors Club Italiano) ha messo insieme qualche tempo fa.
Tra l’altro: visti i tempi e i messaggi che corrono, dire qualcosa di semplice e consistente risulterebbe anche emozionante e (sorpresona!) originalissimo.

Autore: Annamaria Testa | Fonte: nuovoeutile.it

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