Le elezioni? Si vincono così

campagna-organizzativa26/09/2013 – Il nuovo libro di Grandi e Vaccari, una panoramica pressoché completa della comunicazione politico-elettorale.

Come si prevale nelle elezioni. E non esclusivamente, “ma anche” (veltronianamente, si potrebbe dire con un certo tasso di ragione visto che anche del Lingotto e della di lui segreteria si parla …) come si studiano e analizzano con profondità le campagne elettorali. Roberto Grandi (uno degli studiosi più noti della materia, in Italia e non solo) e Cristian Vaccari (professore giovane ma già assai affermato) danno alle stampe Come si vincono le elezioni. Elementi di comunicazione politica (Carocci, pp. 392, euro 29), manuale molto completo, “ma anche” (nuovamente) vademecum utilissimo per comprendere quanto avviene nella politica nostrana, sotto il profilo dei flussi simbolici, e per decrittare il dietro le quinte delle scelte di strategia comunicativa.

I due autori passano in rassegna tutto lo scibile possibile e immaginabile della comunicazione politica, dai suoi attori protagonisti al marketing elettorale, dalla tripartizione storica della campagne (premoderna, moderna e postmoderna) ai media (old e new) e alle technicalities richieste dall’elaborazione di tattiche e strategie, fino a skills come il parlare efficacemente in pubblico (il public speaking erede postpolitico delle antiche arti oratorie e retoriche). Senza naturalmente dimenticare la categorizzazione analitica di alcuni “idealtipi” di partiti contemporanei: il caso (per l’appunto) da manuale del New Labour, riposizionamento vittorioso di una formazione politica onusta di gloria (e di polvere), il market-oriented party berlusconiano, il “non partito” pentastellato di Grillo e Casaleggio. E quel «partito a metà del guado» che risponde al nome di Pd, sulla cui disamina all’interno di questo ricco e prezioso volume vale la pena soffermarsi.

Grandi e Vaccari, studiosi di orientamento progressista e con esperienze dirette – seppur “tecniche” (ci venga concessa l’espressione…) – in politica, partono, nell’analisi dello stato di salute del Partito democratico letteralmente dai fondamentali e dalla sua genesi e genealogia. A proposito delle quali il giudizio, seppur rigorosamente scientifico, appare netto: «le difficoltà al cambiamento frapposte dai vincoli derivati dalla combinazione di elementi valoriali, culturali e politici tra loro diversi non si esauriscono con la nascita del partito, ma possono caratterizzarne varie fasi di sviluppo, come nel caso del Pd in cui le differenze sono tuttora numerose e più un segno di frammentazione dell’identità che di pluralismo».

Nel capitolo dedicato al Partito democratico si susseguono via via il dibattito, alla metà degli anni Novanta, tra l’opzione “ulivista” (favorevole alla costituzione di un partito unico) e quella “unionista”, l’ampio contributo di idee di Michele Salvati (fondato sulla visione di un partito di centrosinistra che risultasse competitivo con Forza Italia nell’attrazione dell’elettorato moderato) e le scelte di comunicazione (strettamente correlate a quelle politiche e organizzative) durante le stagioni di Walter Veltroni e di Pier Luigi Bersani. Nel primo caso effettuate in buona parte direttamente, perché la veltroniana formazione a vocazione maggioritaria riteneva centrale quella dimensione della comunicazione che, nel successivo periodo bersaniano, tornerà a rivestire caratteri accessori e funzionali, fino – aggiungiamo qui un’opinione personale – all’oscillazione tra una personalizzazione soft e poco convinta e la concezione del quieta non movere maturata sulla base di sondaggi che attribuivano al Pd una prevalenza netta e un patrimonio di consenso poi svaniti (o mai davvero esistiti…).

«Dal sogno veltroniano al risveglio bersaniano», come scrivono i due accademici, la narrazione dem – che già aveva visto uno scivolamento dei frame valoriali tra i due segretari e, soprattutto, si trova alle prese, sin dall’origine, con una frammentazione marcata – muta radicalmente, per incagliarsi infine sulle difficoltà di comunicare una leadership che si vuole “collegiale”, pur mandando talvolta segnali contrastanti (al punto, nonostante la diffidenza verso il postmoderno, da abbracciarlo piuttosto ingenuamente come nel gioco di specchi dell’inseguimento dell’imitazione e degli intercalari del popolarissimo comico Maurizio Crozza). E, così, il ruolo molto positivo e di agenda setting svolto dalle primarie (anch’esse abbondantemente dissezionate nel libro) è stato sperperato.

Si attende ansiosamente un aggiornamento prossimo venturo per decifrare e decostruire la comunicazione dei candidati nell’attuale corsa alla segreteria, e per valutare la più recente delle Leopolde renziane…

Fonte: europaquotidiano.it

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