Dietro un grande uomo politico…ovvero l’importanza dello staff

12/11/2013 – Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. L’assunto potrebbe essere adattato anche ai leader politici: dietro un grande leader c’è sempre un grande staff fatto di consiglieri e collaboratori. La lungimiranza e la capacità di un politico si misura anche nella scelta dei collaboratori più stretti, che dovrebbero venire ricercati tra le migliori eccellenze nelle specifiche aree di interesse proprio per i benefici che possono portare in termini di propositività politica e culturale ma anche organizzativa, dando corpo alle “visioni” politiche del leader.

Ad esempio cosa sarebbe stato Ronald Reagan, senza i giovani economisti della scuola di Chicago guidata da Milton Friedman, i veri ispiratori della reaganomics? O ancora Tony Blair, senza i consigli di Peter Mandelson, considerato il vero architetto del “new labour”? O anche la politica economica di Aldo Moro, senza le idee di Beniamino Andreatta e Silvio Berlusconi senza la capacità di mediazione e dialogo di Gianni Letta?

Lo staff gioca un ruolo centrale nel dare attuazione alla visione ed al programma di un rappresentante eletto, ma anche nello studiare i dossier, nel fissare l’agenda anche attraverso negoziazioni ed accordi con gli altri gruppi politici e nel fare da filtro alle sollecitazioni esterne. Si tratta di un ruolo di grande potere: i consiglieri hanno una notevole influenza sulle scelte che vengono compiute e contribuiscono inoltre alla definizione degli indirizzi politici, dal momento che il rappresentante eletto non ha il tempo né la possibilità di essere coinvolto od informato su tutte le questioni che gli competono.

Il politico nella scelta del proprio staff dovrebbe tenere conto di assoluta fiducia e coincidenza di visione politica. Fatti salvi questi due prerequisiti i collaboratori dovrebbero essere scelti tra figure generaliste con una maggior sensibilità politica e personalità dotate di una competenza specifica sui temi di interesse del loro referente. I componenti uno staff (di un esponente di Governo) si differenziano dai funzionari statali di carriera per tre caratteristiche: entrano nell’amministrazione per una chiamata diretta e non per concorso e quindi il loro mandato di fatto scade con lo scadere di chi li ha nominati; dal punto di vista gerarchico non hanno un inquadramento nell’organigramma dell’Istituzione, ma rispondono direttamente a chi li ha nominati; a differenza dei funzionari tecnici, danno indicazioni di tipo politico, quindi non neutre, ma necessariamente parziali.

Negli Stati Uniti, da molti anni gli staff giocano un ruolo fondamentale, basti pensare che il Chief of Staff della Casa Bianca viene considerato il ruolo più importante dell’Amministrazione, addirittura più importante del Vice Presidente, dato che funge da filtro e raccordo verso tutte le istanze che vengono presentate al Presidente. Tra i Chief of Staff più famosi degli ultimi presidenti, Leon Panetta (ex direttore della CIA e Segretario alla Difesa) per Clinton e Rham Emanuel (attuale sindaco di Chicago) per Obama.

Restando sempre negli USA, casi emblematici di figure con una competenza tecnica sulle materie di riferimento sono costituiti da Henry Kissinger, che da professore di Harvard, è stato scelto prima come Consigliere per la sicurezza nazionale e poi Segretario di Stato, proprio in virtù della sua capacità di dare attuazione alle visioni politiche del Presidente Richard Nixon e Condoleeza Rice che giovanissima, proprio in virtù dei suoi studi sulla Russia, è stata chiamata dal Presidente George Bush senior come consigliere per i rapporti con l’URSS durante gli anni cruciali del crollo del muro di Berlino per diventare poi anch’essa Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato.

Per quanto riguardo l’Italia, focalizzandosi sugli staff ministeriali, si nota subito che all’interno dei Gabinetti sono presenti sia funzionari statali (Consiglieri di Stato, magistrati della Corte dei Conti, Avvocati dello Stato, ecc.), scelti per la loro conoscenza tecnica sugli aspetti burocratici ed amministrativi sia consiglieri politici, per i quali viene invece premiata l’appartenenza. Il risultato è che spesso la coabitazione tra le due tipologie di figure è problematica e può provocare ritardi ed inefficienze all’azione politica. Infatti, frequentemente capita che non si capisca chi detenga il vero potere decisionale, perché forse spesso è difficile fare una sintesi tra gli obiettivi di tipo politico proprie dei consiglieri di tipo politico e le esigenze amministrative/legislative dei funzionari statali.

Inoltre è anche opportuno considerare un’altra peculiarità italiana, che sembrerebbe incidere negativamente sull’efficacia degli staff: mentre negli altri paesi, si verifica un sostanziale spoil system, in Italia al contrario i funzionari statali, una volta che cambia il Governo, molto spesso non vengono sostituiti, ma ruotano da un Ministero all’altro sempre con le stesse funzioni, o addirittura restano inamovibili, indipendentemente dalla coalizione di Governo.

Emblematico è il caso di Vincenzo Fortunato, che da capo di Gabinetto di Tremonti e Siniscalco all’Economia, è diventato Capo di Gabinetto di Di Pietro alle Infrastrutture, per tornare poi da Tremonti durante l’ultimo governo a guida Berlusconi e proseguire poi con Mario Monti e Vittorio Grilli. Verosimilmente tale ruolo dei funzionari statali nei gabinetti è legato al fatto che data la complessità della macchina burocratica dello Stato, gli unici in grado di sapersi muovere con competenza tra leggi e norme sono proprio le figure che provengono dalla Pubblica Amministrazione.

Inoltre è anche doveroso rilevare come sia difficilmente comprensibile il caso di un Capo di Gabinetto che riesce a mantenere una coincidenza di visioni politiche con Ministri così diversi. A corollario del fenomeno descritto in precedenza, spesso alcuni politici inseriscono nei propri staff alcune figure la cui presenza sembra maggiormente dettata da logiche di tipo clientelare e gli staff diventano delle sorte di “stipendifici” per assicurare delle remunerazioni slegate da qualunque tipo di contributo propositivo. Tali scelte sono poco o per nulla spiegabili, perché scegliendosi collaboratori di scarsa o nessuna qualità, viene immediatamente limitata la capacità di azione politica oltre che viene lesa l’immagine stessa del leader, che perde così una grande opportunità.

Autore: Luigi Ferrata | Fonte: huffingtonpost.it

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