E ora cosa succede al governo?

German SPD celebrates its 150th anniversary17/11/2013 – Si deve votare di nuovo la fiducia? Che numeri ha Letta? E che cosa succede con la legge di stabilità e la decadenza di Berlusconi?

Negli ultimi giorni ci sono stati diversi cambiamenti all’interno dei partiti che appoggiano il governo Letta. Il più rilevante è la scissione avvenuta nel PdL, che da sabato 16 novembre è ritornato a chiamarsi Forza Italia. L’ex segretario, attuale vice-premier e ministro degli Interni Angelino Alfano ha abbandonato il partito per fondare un nuovo gruppo insieme a una sessantina tra deputati e senatori (i numeri sono ancora piuttosto incerti).

Anche Scelta Civica sembra sul punto di dividersi tra due schieramenti, che i giornali in questi giorni hanno ribattezzato “popolari” – l’area cattolica del partito – e “montiani” – il gruppo più fedele all’ex primo ministro Mario Monti: il quale, da parte sua, ha dato le dimissioni dalla carica di presidente del partito il 17 ottobre.

Queste scissioni e divisioni, annunciate o messe in atto, saranno molto importanti nelle prossime settimane, quando in parlamento dovranno essere votati una serie di provvedimenti molto delicati, come ad esempio la legge di stabilità, che non piace a gran parte del PdL, e su cui si dovranno votare centinaia di emendamenti. Ma il momento più rischioso per il governo si potrebbe verificare con ilvoto sulla decadenza di Silvio Berlusconi.

Si deve votare di nuovo la fiducia?
Al momento non sono in programma, né sono stati annunciati, voti di sfiducia al governo Letta. Un voto di sfiducia può essere richiesto da un decimo dei parlamentari; in alternativa, il governo può decidere di mettere la fiducia su uno specifico provvedimento oppure di far votare una mozione di fiducia (slegata da un provvedimento) se ritiene che la sua maggioranza sia a rischio (è successo poche settimane fa dopo la richiesta di dimissioni dei ministri del PdL minacciata da Berlusconi). Ma non c’è alcun obbligo di chiedere di nuovo la fiducia, da parte del governo, a causa di cambiamenti avvenuti all’interno dei partiti che lo appoggiano. Sembra comunque improbabile che, almeno fino al voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, ci sia l’occasione di votare la fiducia. Il 2 ottobre il governo Letta aveva ottenuto la fiducia sia al Senato che alla Camera con una larga maggioranza, soprattutto grazie al voto del PdL.

A oggi, in calendario è presente soltanto una mozione di sfiducia “individuale” (che riguarda cioè un solo ministro e non tutto il governo) nei confronti del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. La mozione è stata presentata dal M5S a causa delle telefonate avvenute tra il ministro la famiglia Ligresti. Il PD ha già fatto sapere che voterà contro la sfiducia.

Inoltre, il deputato del PD Pippo Civati ha annunciato oggi che presenterà all’assemblea del gruppo del PD alla Camera una seconda mozione di sfiducia nei confronti del ministro. Anche nel caso, piuttosto improbabile, che queste mozioni riescano a ottenere la sfiducia nei confronti del ministro Cancellieri, il governo resterà comunque in carica (anche se dovrà trovare un nuovo ministro della Giustizia).

Il governo ha i numeri alla Camera?
Le scissioni di questi giorni cambieranno poco i numeri su cui il governo può contare alla Camera, dove il PD gode di un’ampia maggioranza grazie al premio che gli ha garantito l’attuale legge elettorale: la maggioranza è costituita da 316 deputati e il governo può contare in tutto su 350 voti escludendo Forza Italia (293 deputati del PD, 47 di Scelta Civica e una quindicina tra altri partiti minori, come i socialisti, il Centro Democratico e i rappresentanti delle minoranze linguistiche). A questi si aggiungeranno probabilmente quelli del Nuovo Centrodestra che dovrebbe contare tra i 25 e i 30 deputati.

Il governo ha i numeri al Senato?
Le cose al Senato sono un po’ più complicate. La maggioranza è costituita da 161 senatori. Il PD ha 108 senatori e insieme a Scelta Civica (20) e al gruppo Per le Autonomie (10 senatori, principalmente altoatesini del SVP) non riesce a raggiungere la maggioranza e si ferma a 138 voti. Non è ancora chiaro quanti senatori seguiranno Alfano nel Nuovo Centrodestra: i numeri oscillano dai 37 annunciati da Roberto Formigoni la sera di venerdì 15 novembre ai poco più di 30 di cui parlano i giornali negli ultimi giorni.

Prendendo per buona l’ultima cifra, il governo potrebbe contare su circa 168 voti, appena sette più del necessario per ottenere la maggioranza: non proprio un numero tranquillizzante. Si tratta però di un conteggio abbastanza pessimistico, visto che a questi potrebbero aggiungersi i 5 senatori a vita che sono ritenuti quasi tutti favorevoli all’attuale governo. Un aiuto potrebbe arrivare anche da altri due gruppi: Grandi Autonomie e Libertà e il gruppo misto, che in tutto contano 26 senatori. Parecchi membri di questi due gruppi hanno votato la fiducia il 2 ottobre e alcuni di loro potrebbero contribuire ad aumentare i numeri del governo nel caso di un nuovo voto nelle prossime settimane.

E la decadenza di Berlusconi?
Questi conti diverranno probabilmente molto importanti il 27 novembre, il giorno in cui al Senato si voterà la decadenza di Silvio Berlusconi. Alfano ha già annunciato che il Nuovo Centrodestra voterà contro la decadenza, ma è comunque improbabile che Berlusconi riesca a salvarsi. Il PD, insieme al Movimento 5 Stelle e agli altri alleati minori, ha i voti sufficienti per approvare la decadenza.

Quello che accadrà dopo non è chiaro. Alfano ha già fatto sapere che considera il futuro del governo completamente slegato dalla decadenza di Berlusconi, quindi quasi certamente continuerà a sostenere il governo (che potrà quindi sopravvivere, anche se con pochi voti, come abbiamo visto sopra). Quello che faranno Berlusconi e Forza Italia rimane un mistero.

Negli ultimi mesi Berlusconi e numerosi esponenti del suo partito hanno detto tutto e il contrario di tutto, riguardo alla loro possibile reazione davanti a una decadenza di Silvio Berlusconi, pronunciando e ritirando minacce di far cadere il governo in caso di voto favorevole alla decadenza (come ha dimostrato il sito di fact-check Pagella Politica).

E Scelta Civica?
A questo punto, soprattutto al Senato, diventa molto importante Scelta Civica, l’ex partito di Mario Monti. Il gruppo conta 20 senatori e se la metà o più di loro decidesse di votare la sfiducia diventerebbe molto difficile per il governo restare in piedi. Sembra però improbabile che il partito possa cambiare idea e decidere di votare la sfiducia.

L’ala che i giornalisti chiamano “popolare” è rappresentata al governo dal ministro della Difesa Mario Mauro, mentre l’ala “montiana” ha sempre votato la fiducia fino a oggi e non ha dato segni di voler cambiare idea. La situazione nel partito è in ogni caso ancora complessa e non è chiaro se avverrà davvero una scissione o quali saranno i numeri degli eventuali gruppi che potrebbero formarsi.

Ci sono i numeri per le riforme costituzionali?
Dipende da molte cose. Per fare cambiamenti alla Costituzione sono necessari diversi passaggi in entrambe le camere e le leggi devono essere approvate con una maggioranza di almeno due terzi. Se è impossibile raggiungere questa maggioranza, le modifiche alla Costituzione devono essere confermate da un referendum popolare senza quorum: se vincono i “sì” la legge passa e se vincono i “no” non passa, indipendentemente da quante persone vanno a votare.

Anche con i voti del Nuovo Centrodestra, ma senza il grosso di Forza Italia, sembra impossibile che si possano raggiungere i due terzi dei voti in entrambe le camere. Le cose potrebbero cambiare se invece il partito di Berlusconi fosse favorevole. Alla Camera per raggiungere una maggioranza di due terzi servono 420 voti, che sono raggiunti e superati dalla somma di PD (293), Forza Italia e Nuovo Centrodestra (96) e Scelta Civica (47). Al Senato ne servono 214: e anche qui ce la fanno PD (108), Forza Italia e Nuovo Centrodestra (91), SC (20). Se si riuscissero a raggiungere queste maggioranza si potrebbero approvare riforme costituzionali senza dover passare per il referendum, che nell’ultima occasione, nel 2006, non confermò la riforma della Costituzione varata negli ultimi mesi del secondo governo Berlusconi.

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