Primarie Pd, dai dibattiti americani cinque regole per il confronto

29/11/2013 – Incisività. Ironia. Empatia. Le armi vincenti dei candidati Usa in tivù. Che Renzi, Cuperlo e Civati dovrebbero mutuare.

Le primarie del Pd sono agli sgoccioli. Ma, prima del responso delle urne, per i tre candidati alla segreteria c’è l’ostacolo forse più complicato: il dibattito televisivo.

A sfidarsi, sotto l’occhio attento di milioni di potenziali elettori, ci saranno Gianni Cuperlo, Matteo Renzi e Giuseppe Civati.
E anche se, dopo le elezioni nei circoli, il sindaco di Firenze sembra il grande favorito, la storia dei confronti tivù insegna che le telecamere possono riservare sorprese. E, a conti fatti, risultare decisive.

GLI USA INSEGNANO. È successo spesso negli Stati Uniti, patria degli scontri in televisione. Dai precedenti a stelle e strisce i tre candidati democratici possono trarre cinque regole d’oro per riuscire a essere convincenti e battere l’avversario. Anche ai seggi.

1. Non punzecchiare l’avversario

È un confronto, non una partita a tennis. La storia insegna che si è più convincenti se ci si rivolge agli elettori e non si insiste sulle debolezze dell’avversario.
È stato uno dei punti di forza di John Fitzgerald Kennedy nel primo dibattito tivù della storia. A sfidarlo alle presidenziali Usa, nel 1960, c’era Richard Nixon. Jfk rivolse un appello di otto minuti al popolo americano, convincendo gli elettori delle proprie capacità di statista.
Nixon, che al contrario puntò tutto sul confronto con il suo sfidante, fu percepito più come un bulletto di quartiere che come una persona adatta a guidare la Casa Bianca.

2. Non vestirsi come la tappezzeria

Lo storico confronto del 1960, analizzato in numerosi libri, ha anche dato un altro prezioso insegnamento: mai confondersi con lo sfondo. Il candidato deve risaltare sulla scenografia dello studio o del teatro in cui avviene il faccia a faccia. Nello scontro Kennedy-Nixon, il repubblicano indossava un abito chiaro, che si confondeva con la scenografia.
Mentre il suo avversario democratico, in nitido abito scuro, spiccava.
Ne sa qualcosa anche Pier Luigi Bersani: durante il dibattito con Renzi, suo sfidante alle primarie per eleggere il candidato premier del Pd nel 2012, scelse un abito marrone, su sfondo rosso. A differenza della candida camicia del suo avversario. In molti commentarono con tono critico la scelta dell’allora segretario del partito, ritenendolo troppo ingessato, smorto e in stile ‘vecchio dirigente del Pci’.

3. Dare risposte brevi e concise

Un minuto e 30 secondi sono pochi. Meglio non divagare e andare dritti al punto.
L’essere concisi aiuta a evitare gaffe o discorsi che potrebbero rivelarsi controproducenti.
Lo sa bene Gerald Ford, a cui costò caro il passo falso nel confronto del 1976 contro Jimmy Carter. In piena Guerra fredda, il presidente uscente negò che ci fosse una dominazione sovietica sul popolo polacco. Gli americani non la presero bene.

4. Scegliere un intercalare e farne uno slogan

La comunicazione politica è fatta di slogan, è noto.
Proporne di nuovi in un dibattito televisivo può essere di grande aiuto: creano humor, sviano le domande scomode e aumentano l’empatia con il pubblico.
A volte basta solo una battuta che possa sdrammatizzare. Maestro di questi stratagemmi fu Ronald Reagan, aiutato anche dal suo passato di attore. Il suo There you go again (Ci risiamo), utilizzato come intercalare durante il faccia faccia con il presidente uscente Jimmy Carter, per la corsa alle presidenziali del 1981, divenne un vero e proprio tormentone, sulla stampa, ma anche nelle fasi successive della trionfale campagna elettorale che portò Reagan alla Casa Bianca.

5. Prendere un ricostituente

Sul palco e davanti alle telecamere bisogna essere sempre allerta, per evitare colpi bassi e contrattaccare l’avversario. Ma soprattutto, è fondamentale apparire in forma smagliante.
Un candidato mogio non ha mai vinto un confronto in tivù. E i dibattiti Usa portano alla memoria due momenti, entrambi piuttosto recenti.
Nel faccia a faccia del 2000, lo sguardo basso del democratico Al Gore, sfidante di George W. Bush, divenne bersaglio della satira americana. Ma anche Barack Obama, pur vittorioso al termine della corsa, fu vittima di una pessima prima prestazione davanti alle telecamere, nello scontro televisivo d’esordio con Mitt Romney, il 4 ottobre 2012.
Indeciso, ingessato, sguardo al podio, l’attuale presidente Usa, di solito abile oratore, quella sera non sembrava lui. E al primo round perse.

Autore: Maddalena Montecucco | Fonte: lettera43.it

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