Macchiavelli chi?

09/01/2014 – E’ l’autore italiano più noto all’estero insieme a Dante ma i 500 anni del “Principe” sono stati un’occasione mancata. Ne parliamo con il filosofo Roberto Esposito.
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«Machiavelli è forse l’autore italiano, insieme a Dante, più citato e tradotto all’estero. Ma la celebrazione dei 500 anni del Principe per la politica italiana è stata un’occasione mancata».

Il filosofo Roberto Esposito è tra i più esperti studiosi del segretario fiorentino, di cui tratta a lungo anche nel libro Pensiero vivente (Einaudi) dove spiega l’originalità della tradizione italiana nella storia del pensiero occidentale. «Il mito di Machiavelli è più forte all’estero che in Italia forse perché là Il Principe viene letto come una metafora dell’Italia contemporanea». Esposito, scherzosamente, azzarda: «In fondo per Machiavelli il Principe dev’essere come il centauro, mezzo uomo e mezza bestia: in questo caso Letta sarebbe la volpe e Renzi il leone…».

In Italia tendiamo a considerare Machiavelli il fondatore di una filosofia politica, cioè una fondazione filosofica della politica, e invece per il suo pensiero è centrale il rapporto con la vita: la vita è la materia esclusiva della politica. Per esempio il peso della fortuna è dominante nonostante, come spiega Adriano Sofri nel suo libro “Machiavelli, Tupac e la Principessa” (Sellerio), tenda a essere sottovalutato.

Per Machiavelli metà delle cose dipendono dalla fortuna e metà dagli uomini, anche se lui spiega che la fortuna ha un ruolo anche maggiore. Certamente possiamo intendere la fortuna come vita, come il contesto naturale, biologico e antropologico in cui operiamo.

E invece è passata la vulgata dell’idea di politica come mera conservazione del potere, come cinica indifferenza dei fini rispetto ai mezzi.

Sì, questa è stata una lettura molto diffusa, Machiavelli come cinico tecnico della conservazione del potere. Questo aspetto non è totalmente assente in Machiavelli, però è una lettura sbagliata. Il segretario fiorentino si preoccupa anche della finalità di costruire in Italia uno spazio politico ampio e duraturo, una finalità ambiziosa, che va al di là del vantaggio del singolo individuo. Peraltro, come noto, la famosa frase “il fine giustifica i mezzi” non compare mai nel Principe.

Esiste un rapporto molto stretto anche tra la vicenda biografica di Machiavelli e la politica: non era un intellettuale distante ma un osservatore coinvolto nella politica.

Machiavelli è stato un uomo politico a tutti gli effetti, è stato il segretario della Repubblica fiorentina e quando sono tornati i Medici è stato messo ai margini, mandato in esilio, e solo più tardi recuperato per qualche missione diplomatica. Non è un intellettuale nel senso tradizionale: trascorreva la giornata a pensare alla politica concreta, mentre, come spiega in una famosa lettera a Francesco Vettori, «arrivato alla sera mi vesto i panni curiali e mi metto a scrivere».

Si può dire che la sua vita personale abbia condizionato anche la sua opera politica?

I critici sono divisi sulle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il Principe. Tra quelle c’era sicuramente anche l’intenzione voler tornare in gioco. Machiavelli soffre di non poter fare politica, per lui la vita stessa coincide con la politica e non immagina la vita avulsa dall’azione.

Quando lei ha proposto una lettura biopolitica ante litteram del Principe ha incontrato le obiezioni degli scienziati della politica?

Giustamente ha detto “ante litteram” perché Michel Foucault colloca la categoria della biopolitica alla fine del Settecento. Detto questo tutta l’opera di Machiavelli è piena di riferimenti alla biologia e al corpo, tutta la sua vicenda politica è totalmente determinata da eventi biologici, e i temi della salute e della malattia ritornano continuamente, anche se non in senso stretto. Gli scienziati della politica di tradizione anglosassone non sanno nemmeno cosa sia la biopolitica…

Sì, però questa visione contrasta con l’idea comune di Machiavelli come teorico del primato della politica in quanto tale separata dalla vita.

Ma infatti il grande teorico della scienza politica moderna è Thomas Hobbes, non Machiavelli. Nella categoria della sovranità Hobbes assorbe, supera e in fondo rifiuta il tema del conflitto che, invece, in Machiavelli è insuperabile: il conflitto mette in competizione e fa crescere tutti gli attori politici, anche se nel pensatore fiorentino prevale un versante drammatico nella lotta per il potere, anzi tragico.

Autore: Giovanni Cocconi | Fonte: europaquotidiano.it | Link all’articolo

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