Chiudere Twitter in Turchia è stato solo il primo passo

turchia25/04/2014 – Il veto su Twitter appare contraddittorio in un Paese dove i social sono al centro della vita politica. Ma non sarà l’ultimo.

La Turchia ha bloccato l’accesso a Twitter. E’ stata una decisione amministrativa, politicamente esplosiva, rivendicata con orgoglio nazionalista dal premier Recep Tayyip Erdoğan; è stata la prima significativa applicazione della nuova legge restrittiva su Internet.

La posta in gioco è molto specifica: contrastare il flusso di rivelazioni scomode e apparentemente incriminanti che – dopo l’inizio della Tangentopoli turca, il 17 dicembre – invadono con cadenza quotidiana i social network, con l’intento di distruggere la carriera politica del primo ministro e rovesciare le fortune del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp, conservatore d’ispirazione islamica) nelle elezioni municipali del 30 marzo. La notizia ha fatto il giro del mondo: ha provocato sdegno, ha acceso un infuocato dibattito interno.

Dopotutto, i social network sono al centro della vita politica turca; sono utilizzati non solo dalle nuove generazioni, ma anche da ogni politico che si rispetti del partito di maggioranza: Erdoğan e ilpresidente Abdullah Gül hanno milioni di follower, ministri e deputati li usano in prima persona per rimanere in contatto con l’elettorato e discutere con intellettuali e giornalisti, il controverso sindaco di Ankara Melih Gökçek ha ignorato il bando di venerdì per cancellare – con un tweet surreale – un dibattito su Twittercoi suoi sostenitori previsto per dopo la preghiera di mezzogiorno. Lo stesso Akp – tra i partiti turchi – è quello che da anni fa il miglior uso del web per le attività di comunicazione, organizzazione e reclutamento: e i suoi giovani militanti sono da sempre agguerritissimi nelle campagne elettorali, di cui sono il braccio operativo e tecnologicamente avanzato.

Il sito ufficiale Icraatlar (“I fatti”), raccoglie tutto il  materiale informativo relativo a ognuna delle 81 province: cifre di quanto speso e stanziato, realizzazioni concrete dei mandati precedenti, spot per la tv, le video-animazioni per illustrare gli interventi infrastrutturali e urbanistici tipici del modello di sviluppo proposto dal partito; iniziative e progetti sono svelati in tempo reale su Twitter, Facebook, Youtube: e sempre in diretta viene fatta la cronaca testuale – seguita da video integrali – di tutti i comizi dei candidati, dall’incontro nei caffè di quartiere ai bagni di folla nelle grandi occasioni. E’ una vetrina che raggiunge milioni di sostenitori o potenziali elettori: gli utenti di Facebook sono stimati in 30 milioni in Turchia, quelli di Twitter in 10.

Del resto, far nascere una generazione a proprio agio con le nuove tecnologie – e capace di sfruttarle per finalità economiche – è uno degli obiettivi primari dell’Akp; i numeri dell’ultimo decennio sono eloquenti: connessione a banda larga in oltre diecimila scuole in aree rurali, classi di “tecnologia e conoscenza” in oltre ventimila scuole, equipaggiamento elettronico sperimentale in oltre mille licei, centri di accesso a Internet in oltre mille quartieri, il progetto Fatih per fornire di  tablet tutti gli studenti turchi. Ma d’altra parte, tra i giovani militanti dell’Akp è ben radicata unaspiccata sensibilità conservatrice: la Rete è per loro un’opportunità, ma anche una minaccia in virtù soprattutto di contenuti sessualmente espliciti; solo alcuni appoggiano però interdizioni obbligate, anche dei siti porno: un numero cospicuo preferirebbe filtri e scelte individuali.

Il blocco di Twitter ha provocato invece reazioni pressoché unanimi: siamo alla vigilia di elezioni delicatissime, la disciplina di partito non si discute; e allora, i giovani conservatori politicamente impegnati hanno sospeso i cinguettii e gli hashtagper concentrarsi esclusivamente su Facebook: difendono Erdoğandagli attacchi dello “Stato parallelo” che vuole eliminarlo dalla scena politica, giustificano il provvedimento esibendo in alcuni casi una retorica anti-occidentale (i “doppi standard” contro la Turchia denunciati dal premier nei suoi discorsi infuocati), vivono Internet come militanza più che come spazio di libertà.

Autore: Giuseppe Mancini | Fonte: wired.it

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