#iWantEU: perché il voto europeo è una scelta di campo

08/05/2014 – L’europeismo va aggiornato ma è il nostro futuro possibile. Lo speciale de Linkiesta sul voto Ue.
Solitamente snobbate, distanti, buone a garantire un po’ di poltrone parlamentari a politici di seconda fascia, a fine carriera o in erba, questa volta le elezioni Europee saranno elezioni decisive, forse addirittura pericolose per i risultati che potrebbero dare. Per questo aLinkiesta abbiamo deciso di raccontarle in grande stile. Più ancora che se fossero le nostre Politiche. Con una scelta di campo che vuol essere subito chiara, sintetizzata nell’hashtag #iWantEU. Uno slogan che richiama, giocando sulle parole e la pronuncia, “I Want You” dello Zio Sam. Quando, al tempo della Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti cercavano gente che si arruolasse nell’esercito. Fortunatamente qui non ci sono guerre da combattere ma c’è da fare una battaglia politica e culturale altrettanto importante.
Siamo europeisti convinti, crediamo nella bontà dell’Europa come casa comune di tutti, l’unica possibilità di stare nel mondo duro e spietato della globalizzazione contando qualcosa. Naturalmente quale Europa costruire farà tutta la differenza del mondo e noi pensiamo che l’approdo finale debba essere quello degli Stati Uniti d’Europa, dando un governo politico e dell’economia vero alla solitudine asimmetrica della moneta unica.
Le Europee di solito vengono confinate nel calderone del voto di mid–term. Gli italiani, ma in fondo tutte le opinioni pubbliche del continente, le usano per lanciare segnali alla classe politica senza rischiare alcunché. Succede che si premino formazioni appena nate, si alimentino exploit lunghi una stagione, si puniscano i partiti maggiori. Le Europee sono le tipiche elezioni “infedeli”, nel senso che si tradisce il proprio voto, militante o razionale che sia, più facilmente che in altre tornate proprio perché è un voto percepito (sbagliando) come distante e meno influente. Questo approccio c’è sempre stato e non stupisce più di tanto. Quel che è potentemente diverso, rispetto alla precedente tornata (2009), sono i 5–6 anni di crisi economica che ci trasciniamo addosso e l’avanzata portentosa dei movimenti anti euro in tutto il continente.
La somma di questi due fattori rende le elezioni del 25 maggio molto insidiose e importanti. Tra un mese rischiamo di trovarci un parlamento pieno di partiti euroscettici che faranno le barricate davanti ai progetti di maggiore integrazione. Sarebbe un bel guaio. Potenzialmente esiziale.
Siamo europeisti convinti ma non siamo euro acritici. Su Linkiestaabbiamo spesso raccontato la necessità di trovare vie nuove all’europeismo, meno accademiche, meno parruccone, meno tecnocratiche e più popolari. Purtroppo gli euro entusiasti sono anche quelli che peggio sanno comunicare l’Europa. Chi è contro, o è tiepido, ha una narrazione molto più efficace, grazie anche al vecchio meccanismo del capro espiatorio, del nemico esterno che in tempi di crisi funziona a meraviglia e non c’è niente come il totem Europa per scaricare addosso ogni colpa e disfarsi delle nostre, tante responsabilità nel trovarsi impreparati alla crisi degli ultimi anni. Un vero cambio di paradigma più che crisi tout court.
Se siamo onesti intellettualmente vediamo bene che i problemi italiani nascono una vita prima dell’ingresso del paese nell’euro: tutti gli indicatori ce lo dicono. Produttività, debito pubblico, ricerca e innovazione. La nostra grande impresa si è suicidata per conto suo. Le troppe tasse, la burocrazia, la Pubblica amministrazione inefficiente con l’Europa c’entrano nulla eppure un grande mito, tenace e inscalfibile, aleggia per il continente: l’euro affama popoli e ammazza economie. Un tarlo che erode certezze anche tra chi non ha mai nutrito sentimenti euroscettici. Non è così. Questo bel paper firmato LinkTank che abbiamo pubblicato qualche mese fa demitizza molto l’effetto reale della moneta unica, che per noi resta inscindibile dal progetto politico. Le due cose vanno insieme, non si possono separare perché vorrebbe dire non capire nulla dell’avventura europea.
Colpa dunque di chi non capisce la bontà intrinseca dell’Europa? Certo che no. Su questo a Linkiesta abbiamo idee un po’ controcorrente, tutt’altro che pedagogiche o viziate da visioni tecnocratiche. Non pensiamo sia (solo) responsabilità di chi alimenta l’antieuropeismo, nonostante facciano sorridere certe giravolte in salsa leghista (il Carroccio nasce 25 anni fa per abbattere la tanto bistrattata liretta mentre oggi ne anela nostalgicamente il ritorno in chiave anti euro). Secondo noi tanta colpa di questa deriva è responsabilità di chi l’Europa continua a spacciarla come fosse un mantra, per diritto divino, rivangando ad ogni dubbio sollevato la sacralità dei padri fondatori, il mito di Altiero Spinelli e della comunità del carbone e dell’acciaio. Tutte cose sacrosante ma se quel mito non sai aggiornarlo e sostanziarlo con nuove leadership realmente popolari, dando nuovi obiettivi reali e concreti, non si va da nessuna parte e produci solo malcontento e rigetto. Quel che non hanno capito gli europeisti ortodossi è che l’integrazione funzionale è finita da un pezzo. Non basta più, le nuove generazioni chiedono partecipazione, specie con la crisi che è stata un diserbante. Serve altro che sia all’altezza della propaganda euroscettica se crediamo, e lo crediamo, che dalla crisi si possa uscire solo con più Europa non con meno, con un vero governo politico e dell’economia altrimenti la moneta unica da sola crea asimmetrie, specie tra economie e sistemi Paese che vanno a differenti velocità. Ma anche qui è bene essere chiari: finora l’Europa politica, o della difesa comune, non esiste perché gli stati nazionali non lo hanno mai voluto. La difesa dell’orticello ha prevalso su tutto. Per questo dare addosso all’Europa come fosse un’entità metafisica, staccata, è un falso storico.
Arrivati a questo punto i nemici dell’Europa ti dicono che sei un anti-democratico perché vorresti che i Paesi e l’Italia si spogliassero della propria sovranità per regalarla ad una entità tecnocratica e distante. Sbagliato. Costruire una Europa politica in realtà è l’unico modo per recuperare, su un livello diverso e condiviso, un pochino di sovranità reale. Oggi negli Stati nazionali la sovranità è solo una finzione, un feticcio vuoto. Sfusi non contano nulla, Germania compresa, davanti ai mercati finanziari, alle potenze mondiali e alla geopolitica che incalza. L’Europa che pensiamo noi è quello spazio comune, popolare dove poter ricreare un po’ di sovranità perduta con il declino degli stati nazione. Per questo è fondamentale il voto europeo. Dal parlamento, dalle battaglie che si fanno a Strasburgo partono i primi mattoni di questa costruzione. I dettagli non vanno trascurati: ogni persona che entra in quell’aula è importante e compito dell’opinione pubblica e dei giornali è contribuire ad una migliore cultura europeista di tutti noi. Ad una migliore divulgazione di quel che accade in quelle stanze. Spesso anche i sedicenti partiti europeisti cosa fanno per promuovere l’Europa? Per renderla interessante? Ci mandano i trombati, privilegiano il parlamento di Roma nonostante quasi tutto ormai passi da Bruxelles. Come puoi pensare che gli italiani si appassionino? In fondo sono il miglior spot all’euroscetticismo.
Per tutte queste cose nasce #iWantEU, lo Speciale Europa de Linkiesta ben visibile dal fascione azzurro che campeggia in home page. È diviso in cinque sezioni e accompagnerà i lettori da qui al voto del 25 maggio. C’è una parte chiamata “Destinazione Bruxelles”: analisi, schede, approfondimenti firmati LinkTank, programmi, dibattiti, storie e reportage che raccontano, giorno per giorno, la vigilia elettorale; una chiamata “Interviste”: per conoscere meglio i sei candidati alla presidenza della Commissione Ue e i candidati italiani all’Europarlamento; una chiamata “Fact Check Eu”: il fact checking delle dichiarazioni dei candidati all’Europarlamento, alla presidenza della Commissione Ue e dei principali politici di ogni Paese a cura del team di Pagella Politica che ci affianca in questo Speciale e che curerà anche le analisi (in quattro puntate) delle principali voci di spesa europee; un’altra che si chiama “Infografiche”: tabelle e grafici anche animati per visualizzare i temi più caldi della campagna elettorale europea e il gradimento nei sondaggi delle forze politiche in campo; infine la quinta sezione che si chiama “l’Europa su Linkiesta“: l’archivio degli articoli sull’Europa firmati Linkiesta diviso per aree tematiche.
Giorno per giorno, sul giornale e sui social, seguendo l’hashtag #iWantEU de Linkiesta, troverete aggiornamenti, dibattiti e storie il più possibile con taglio rigoroso ma divulgativo. Proveremo a raccontarvi perché l’Europa è importante e soprattutto perchè riguarda già oggi tutti noi. L’Europa, piaccia o meno, è casa nostra. Quando è crollato il muro di Berlino, 25 anni fa, si è capito subito una cosa: che l’Europa è uno spazio politico e culturale ben prima di una moneta. O tutti noi recuperiamo quella dimensione in modo concreto, provando a parteciparvi, oppure conteremo nulla e allora si che ci saranno altri che governeranno per noi.
Autore: Marco Alfieri | Fonte: linkiesta.it
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