Renzi e il rischio del pensiero unico

14/08/2014 – L’arrivo e la permanenza sulla scena politica di Matteo Renzi è un meccanismo che sta contribuendo, nei toni e nello stile, a dividere il mondo, o perlomeno l’Italia, perfettamente in due parti.

Ci sono i gufi e i rosiconi contrapposti alle allodole del “cambia verso”, chi si rifiuta di cambiare e chi vuole dare una mano a questo Paese. In fin dei conti lo stile e il vocabolario renziano sono fin troppo semplici, a tratti scarni, e contribuiscono a diffondere una logica del mondo alquanto semplificata, uno schema che non tiene conto delle complessità del contesto né di eventuali incidenti di percorso.

Così accade che l’assenza di coperture alla “quota 96”, ovvero il meccanismo per favorire l’uscita dal pubblico impiego di medici e docenti universitari tramite prepensionamenti, non sia comunicato e percepito come una mancanza o un errore di valutazione da parte del governo ma che diventi l’ennesimo spot per attaccare chi non vuole cambiare davvero questo Paese. Stavolta, il ruolo dei cattivi di turno è dei tecnici del Mef (il Ministero dell’Economia e delle Finanze) rei, a detta di Renzi, di ostacolare il “cambiamento”.

E allora, in un contesto così semplificato e così polarizzato, in cui è elementare individuare e distinguere i buoni dai cattivi, il premier finisce per prendersela anche con la Confcommercio, che ha osato mettere in discussione l’effettiva efficacia del bonus Irpef di 80 euro in più in busta paga. “Non faranno comodo a voi – spiega Renzi – ma agli undici milioni di italiani che l’hanno ricevuto sì”, continua il Presidente del Consiglio, innescando un’ideale guerra civile che contrappone pezzi del Paese ad altri pezzi di Paese e in cui, ovviamente, Renzi si schiera a fianco dei più deboli, paladino come è degli interessi pubblici e umile servitore (pro-tempore, ci tiene a ribadirlo) del popolo italiano.

E così, giorno dopo giorno, provvedimento dopo provvedimento, finiscono nel mirino del giovane premier personaggi sempre diversi, in uno schema narrativo nel quale Renzi si assurge a personaggio positivo, alla testa di un movimento rivoluzionario che aspira a sfruttare l’ultima occasione per la salvezza del Bel Paese. Una logica, quella sottesa al brand Matteo Renzi, che pur rifiutando (apparentemente) il benaltrismo (ovvero la scuola di pensiero per cui sono sempre “ben altri” le urgenze e le priorità) fa invece della retorica più spicciola e più popolare (nel senso letterale del termine) il fondamento della propria forza persuasiva.

Il consenso popolare, almeno stando all’ultimo test elettorale delle europee dello scorso maggio, deriva dalla capacità non solo di incarnare l’alternativa dell’ultima spiaggia ma anche dal fatto di rappresentare una sorta di riconciliazione fra gli interessi della politica e le urgenze del Paese. Il meccanismo, almeno per il momento, funziona e funzionerà fin quando a Renzi sarà riconosciuto l’alibi del “primo tentativo”. In poche parole, Renzi per gli Italiani non è ancora il politico corroso e incapace, a cui la Nazione  ha già concesso più di una chance. All’ex sindaco di Firenze, il Paese è ancora legato dallo “ius prime noctis”, poiché ancora una volta ingabbiato da quella sorta di incantesimo che lo porta ad innamorarsi ciclicamente di chi gli tende più di una mano.

In una situazione come quella attuale, aggravata dalla crisi economica, si sta passando dunque dal “bicameralismo perfetto” al “bipolarismo ideologico” incentrato sul personalismo politico incarnato dal segretario rottamatore.

“O con Renzi o contro Renzi” è la logica che si sta pericolosamente diffondendo nella retorica quotidiana, oltre che nel discorso politico e mediatico, finendo per accostare quello che nelle promesse doveva essere “il nuovo corso” all’ultimo ventennio italiano, trascorso nel segno di Silvio Berlusconi. Analogie, almeno su carta, che non possono non mettere in allarme, anche se delle quali, al momento, non si può testare l’attendibilità.

La nuova era sta imponendo una logica oppositiva, dicotomica, un lessico bellico, un atteggiamento intransigente che finisce per svilire la discussione politica e ridurla a mera contrapposizione tra chi ha a cuore l’Italia e chi, invece, vuole continuare a sfruttarla. È come se, in ogni uscita mediatica Renzi avesse già palesato da che parte sta lui, invitando il cittadino spettatore a porsi la fatidica domanda: “E io da che parte sto?”.

Lungi dall’instaurare una dittatura in senso letterale, la politica del premier Renzi spinge, spesso, verso la dittatura del pensiero unico. Insistere sulla speranza è la chiave del successo di ogni strategia politica degna di tale nome. Approfittarne è sintomo di scaltrezza ma non sempre di onestà morale. Riuscirà  Renzi  a non  incappare nella  palude dell’autoaffermazione e a risollevare, una volta per sempre, le sorti dell’Italia?

Autore: Carmela Adinolfi | Fonte: spinningpolitics.it

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