Svezia al voto: vince l’incertezza

Incertezza non è un termine consueto da queste parti, soprattutto in politica, ma rende l’idea del clima con cui la Svezia va domani al voto per rinnovare il Parlamento.
Il centrodestra guidato da Fredrik Reinfeldt, al governo da otto anni dopo aver espugnato un vero e proprio bastione della socialdemocrazia, non sembra in grado di bissare il successo, ma anche l’opposizione potrebbe non avere i numeri per formare una maggioranza.
«Sarà quantomeno un Parlamento più frammentato del passato – spiega Jonas Hinnfors, professore di Scienze politiche all’Università di Göteborg – per la presenza di nuovi partiti (anche Iniziativa femminista potrebbe superare la soglia del 4%) e per la flessione dei partiti maggiori: i socialdemocratici dell’ex sindacalista Stefan Lofven, già scesi al 30% nel 2010, potrebbero calare ancora, i moderati (il partito del premier, ndr) sono stimati al 20-22%».
In questo contesto nessuno sembra in grado di dettare le condizioni e anche le possibili coalizioni restano al di sotto del 50%: a inseguire, seppure in recupero (i più recenti sondaggi la danno 4-6 punti indietro), l’Alleanza, il quadripartito composto da moderati, liberali, cristiano-democratici e centristi, in vantaggio l’ipotetica coalizione tra socialdemocratici, verdi e sinistra. Per uscire dall’impasse, come spiega ancora Hinnfors, resterebbero allora due strade: «Chiedere il sostegno degli Svedesi democratici di Jimmie Akesson, ma è un’ipotesi improbabile visto che tutti li considerano “paria”, un partito razzista; oppure cercare un’alleanza inedita tra socialdemocratici e altri partiti».
Otto anni di centrodestra presentano un bilancio con molti attivi ma anche qualche ombra. Il governo Reinfeldt si è guadagnato la fama di convinto riformatore attraverso una massiccia privatizzazione dei servizi pubblici (scuole e ospedali) e ripetuti tagli delle tasse, l’economia è cresciuta del 7% rispetto al 2008 mentre la crisi costava alla Ue, negli stessi anni, una flessione dell’1,3 per cento. Una serie di scandali nella gestione di ospizi e case di cura, portati alla luce dai media, e il brusco calo delle performance scolastiche hanno però alimentato il dubbio che lo smantellamento dell’oneroso sistema di Welfare svedese “dalla culla alla tomba”, pedaggio inevitabile per attuare le politiche fiscali del governo, sia andato troppo in là. E anche sul fronte occupazione i risultati non sono stati all’altezza.
«I principali motivi per cui l’Alleanza ha perso consensi – spiega ancora Hinnfors – sono lavoro e scuola. L’occupazione era centrale nel programma elettorale del centrodestra, ma la disoccupazione, all’8%, rimane ostinatamente alta. Quanto alla scuola, la Svezia era in cima ai ranking mondiali e ora sta perdendo quota (l’indagine Ocse-Pisa dell’anno scorso ha evidenziato, per i 15enni svedesi, il peggior calo di risultati tra i pari età degli stati membri, ndr)».
Molto acceso è anche il dibattito sulle tasse, soprattutto quelle sul lavoro, sebbene qui siano i socialdemocratici a trovarsi in una posizione di potenziale debolezza. «Non tanto – chiarisce Hinnfors – le tasse sul reddito, che l’Alleanza ha tagliato cinque volte e i socialdemocratici farebbero fatica ad alzare di nuovo, quanto le misure per le imprese: gli sgravi fiscali sulle assunzioni dei giovani o il taglio dell’Iva per i ristoranti, introdotti sempre dal centrodestra. La coalizione rosso-verde vorrebbe tornare indietro, ma è naturalmente un rischio: che effetti ci sarebbero, per esempio, sull’occupazione giovanile?». E sono scenari che, inevitabilmente, preoccupano il mondo del business.
Solo nelle ultime settimane è salito alla ribalta il tema dell’immigrazione, in una nazione con una storica tradizione di accoglienza – dai perseguitati della dittatura di Pinochet negli anni 70 ai profughi siriani – che ne fa uno dei Paesi con il più alto numero di rifugiati pro capite in Europa. A cavalcare la questione, puntando il dito sui costi (1% del bilancio statale) sono soprattutto i Democratici svedesi, il partito di destra con radici nazifasciste che il leader Jimmie Akesson ha saputo sfrondare dagli elementi più estremisti, portandolo per la prima volta in Parlamento nel 2010, con il 5,7% dei voti. «Oggi i sondaggi assegnano ai Democratici svedesi tra l’8 e il 12% dei voti – conclude Hinnfors – il che significa che, anche se nessuno vuole aver a che fare con loro, peseranno nella formazione del nuovo governo».

Fonte: Il Sole 24 Ore – Autore: Michele Pignatelli

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