Oriana con il cuore più stanco della voce

Le sue teorie sul mondo islamico sembrano oggi per molti versi quasi profetiche. I suoi libri continuano a far riflettere e discutere.
Una raccolta postuma di conferenze americane rende pieno merito all’alto tasso di provocazione che ha sempre alimentato il caratteraccio di Oriana Fallaci, alla tendenza di combattere per la “sua” verità anche a costo di delusioni e sconfitte.
In un foglio trovato tra vecchi appunti scriveva di sentirsi «soltanto una che ha il coraggio di dire ciò che pensa, di fare ciò che crede debba essere fatto, di vivere tentando di non cedere alla paura».
Avremmo voluto vedere le facce attonite degli studenti e dei professori dell’Amherst College del Massachusetts, che l’avevano invitata a parlare sul ruolo del giornalista nella società, quando attaccò subito a testa bassa i due mostri sacri della carta stampata statunitense, l’intoccabile New York Times e il magazine Time.
Il secondo lo liquidò bocciandone la «tecnica mistificatrice» che consiste nell’assalire il lettore «con bombardamento di notizie pseudo-obiettive, messe insieme per dargli l’impressione di essere superinformato lasciandolo in realtà perso in un labirinto di informazioni di cui non capisce il significato».
Insomma la tecnica di fingere di dire tutto senza dire nulla. Stessa tecnica del New York Times, quotidiano scritto benissimo ma su cui la fiorentina si interrogava sul senso dello slogan di quel giornale: «Tutte le notizie che meritano di essere stampate». E le altre? E le omissioni? La scelta delle notizie, chi la fa e in base a quali criteri? Il criterio dell’obiettività? «Ma che cosa è l’obiettività? Essere corretti, precisi, non inventare, stare rigorosamente sui fatti? Non basta, questa è pura e semplice onestà professionale. L’obiettività è ben altro, è il diritto e il dovere di esprimere un giudizio, di fare un commento. Io sostengo che nessuno può privarmi di quel diritto e di quel dovere».
Il tono generale del libro “Il mio cuore è più stanco della voce” ricorda quello dei pamphlets scritti dopo gli attentati dell’11 settembre ma i temi sono ovviamente diversi benché tutti sostenuti da un uguale, forte impegno civile.
Ai suoi lettori la Fallaci non ha mai fatto mancare nulla della sua visione del mondo, la polemica, la trasgressione, l’inflessibilità, la sfida alle idee comuni.
Le sue conferenze provocavano talvolta incidenti, come accadde ad Harvard: applausi e fischi si erano trasformati in parapiglia, la polizia del campus era dovuta intervenire, «gli studenti si picchiavano come ossessi e un vecchio professore voleva picchiare me».
Andò anche peggio, con sua grande soddisfazione, nel 1983 a Buenos Aires. Il regime dei generali stava per schiantarsi, le elezioni libere erano imminenti e lei andò a presentare il suo ultimo libro “Un uomo”.
A qualcuno tra il pubblico non garbarono gli accenni ai desaparecidos e alle torture inflitte agli oppositori, Oriana reagì a modo suo, un paio di giornalisti argentini la insultarono, scoppiò un subbuglio, la scrittrice gridò: «I giornalisti argentini non hanno avuto coraggio di denunciare i crimini dei generali… senza giornalisti di regime questa dittatura non poteva sopravvivere!». La stampa reagì chiedendo il suo arresto o l’espulsione dal paese. Il libro comunque andò a ruba.
Pur non conoscendo bene la lingua spagnola, Oriana aveva voluto curare lei stessa la traduzione anche di “Un uomo”.
Non si fidava dei traduttori. Li viveva come una dolorosa fatalità. Scrittrice in puro toscano, temeva che essi tradissero ritmi, suoni, echi, allusioni. Poiché parlava sia il francese, sia l’inglese, volle partecipare direttamente ai lavori per tutti i suoi libri.
Era da poco uscita l’edizione italiana di Insciallah, il romanzo sulla guerra in Libano quando andò a Parigi per la traduzione in francese presso l’editore Gallimard, che aveva mobilitato il miglior linguista sulla piazza. Nel rileggere il primo capitolo Oriana aveva avuto una crisi di nervi. «Una indegnità», gridava nei corridoi, «una vergogna!» Le diedero un altro traduttore (una professoressa universitaria) e le crisi si erano ripetute. Finì che la cattedratica traduceva, passava le cartelle alla Fallaci che ritraduceva implacabilmente. Sempre tesa, sovreccitata. La salute vacillava, il cancro che doveva ucciderla si faceva sentire.
Riscrisse da cima a fondo l’opera della professoressa e pretese che la firma del traduttore fosse il nome di una persona inesistente, Victor France. Uscendone vincitrice totale e facendo apparire sul libro una definizione mai apparsa nella storia delle letterature mondiali: «Translation by Oriana Fallaci from a translation by James Marcus», traduzione di Oriana Fallaci da una traduzione di James Marcus.
«Sono una donna scomoda che dice cose scomode», era stato l’incipit della conferenza di Buenos Aires. Scomoda anche a se stessa.
Fu a lungo inviata nel Vietnam, facendosi molti nemici per avere condannato gli orrori compiuti dagli anticomunisti del sud. Dopo il conflitto aveva voluto visitare anche il nord e denunciò con altrettanto vigore gli orrori del regime comunista di Hanoi. Libro sincero, che dice su Oriana Fallaci molto più e meglio di quanto abbiano detto i suoi romanzi, le sue interviste planetarie, i resoconti di guerre e rivoluzioni, i pamphlets sui musulmani. Un libro indispensabile per cogliere i segreti di una donna che resta tra le più eminenti giornaliste del Novecento.
E come riesce a descrivere i dolori dell’anima ci fa capire quanto fosse difficile essere Oriana Fallaci.
“Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare.

Autore: Alexsandra Claudia – Fonte: alexsandraclaudia.wordpress.com

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