Tu vuò fà l’Amerikano

28/10/2014 – E’ una considerazione banale, ma per avere il “partito all’americana” servono le istituzioni all’americana, il sistema elettorale all’americana, la rule of law all’americana e la civic culture all’americana.

Detto questo, una riflessione sulla forma partito non è sbagliata, anzi direi che è opportuna, alla luce dei cambiamenti epocali degli ultimi 15-20 anni. Fino alla fine degli anni ’80, infatti, la percentuale di italiani che si riconosceva nei partiti politici al punto da militare al loro interno era rimasto sostanzialmente stabile, per poi incrinarsi negli anni ’90 – con il passaggio dalla I alla II Repubblica – e infine crollare del tutto negli ultimi anni, come la tabella sinteticamente riassume:

  Cittadini elettori Iscritti ai partiti Rapporto iscritti/elettori
1948 29.117.554 3.742.000 1-8
1979 42.203.354 4.043.000 1-10
1989 42.931.191 4.295.000 1-10
2001 45.773.593 1.400.000 1-33
2013 47.126.326 700.000 1-67

Fonte: 1948-2001 Istituto Cattaneo; 2013 rielaborazione dati personale

Non è la sede per approfondire le ragioni di tale abbandono in massa, così come non è nella finalità di queste righe porsi il problema delle conseguenze sistemiche di tale fenomeno. Oggi il tema è quello del passaggio a un forma-partito nuova, basata su un maggiore peso di elettori e simpatizzanti e un ridimensionamento del ruolo degli iscritti e quindi con partiti molto più leggeri, maggiormente simili a comitati elettorali che non a luoghi di partecipazione e – in prospettiva – molto meno costosi per la collettività, stante la riduzione delle forme di finanziamento pubblico.

Personalmente non ho nessuna nostalgia per il “partito chiesa” militarizzato e dogmatico caratteristico della partitocrazia (non del party government) italiana. Però se l’aspetto strutturale si è modificato, non sembra essere venuta meno la presa dei partiti nella società e nelle istituzioni. Al ridimensionamento organizzativo non si è accompagnata una maggiore sobrietà ma – al contrario – ne è uscita confermata la teoria del Cartel Party proposta dai politologi Richard Katz e Peter Mair nel 1996.

In base a questa analisi, l’insieme dei processi che ha trasformato il partito di massa in pigliatutto ha generato disaffezione e delusione da parte dei militanti nei confronti dell’organizzazione partitica e questo ha comportato un calo delle iscrizioni e un allentamento del rapporto tra partito e base sociale di riferimento. Questo ha generato una crisi delle risorse finanziarie a disposizione delle burocrazie partitiche e favorito una logica collusiva tra soggetti politici diversi (il “cartello”) per ottenere quote sempre maggiori di finanziamento pubblico, il solo mezzo per supplire alla crisi di tesseramento e di impegno volontaristico nella gestione delle diverse attività promosse dal partito.

Le conseguenze negative dell’affermarsi del modello sono evidenti. Il partito cessa di essere una organizzazione intermedia tra società e istituzioni, per diventare una struttura sempre più interna allo stato. La dinamica competitiva tra opzioni politiche diverse è sostituita da una crescente, reciproca “complicità” per accrescere il controllo sulle risorse pubbliche, mentre il dibattito politico assume connotazioni sempre più astratte ed autoreferenziali, tali da portare un ulteriore accentuazione al processo di allontanamento tra partiti e società civile. Il paradosso è dato dal fatto che ad una crescente marginalizzazione dei partiti, corrisponde un aumento del loro potere nell’apparato statale e dunque, pur essendo strutture meno rappresentative e legittimate rispetto ad alcuni decenni fa, dispongono di risorse politiche e materiali molto maggiori.

Non si tratta di una trasformazione da poco e neppure priva di conseguenze. E poiché indietro non si torna, se si accetta l’idea del “partito-tenda” o del partito all’americana sono necessarie alcune precise scelte politiche e istituzionali, in assenza delle quali il sistema democratico lungi dal venire rafforzato, potrebbe all’opposto uscirne indebolito in modo forse irreparabile.

  1. Un sistema elettorale uninominale di collegio. Non è pensabile che partiti senza iscritti e senza legami con la società possano continuare a nominare in modo autoreferenziale i membri del Parlamento, come accaduto con il Porcellum e come accadrebbe con l’Italicum con eletti che non rappresentano niente e nessuno, nemmeno il proprio pianerottolo. Nel modello statunitense l’eletto è un “imprenditore politico”, si paga le campagne elettorali, si costruisce la propria rete di consenso e gareggia alla pari con gli altri non dentro l’apparato, ma fuori, in competizioni aperte che pongono il singolo con la sua personalità, la sua capacità di mobilitazione e attrazione al centro. La politica è così più personalistica e meno ideologica, ma anche più aperta e competitiva.
  2. Un rapporto tra potere e denaro più chiaro. I sistemi anglosassoni hanno tutti leggi che regolamentano l’attività di lobbying e questo – lungi dall’ingenerare maggiore corruzione politica – contribuisce a portare trasparenza. Se guardiamo l’ultimo report di Transparency.org – ad esempio – vediamo come nella top-ten dei virtuosi vi siano 6 Paesi che hanno regolamentato la rappresentanza istituzionale degli interessi mentre l’Italia proibizionista veleggia in un malinconico 69° posto (peggio di Giordania, Macedonia e Montenegro…). Questo non significa che regolamentare le lobby elimina la corruzione politica, ma senza dubbio dimostra che il proibirle non rende certo la politica più onesta e trasparente. Appare pertanto ovvio che una progressiva eliminazione del finanziamento pubblico della politica, la minore rappresentatività sociale dei partiti e il venir meno del volontariato partitico siano fenomeni che devono accompagnarsi a una maggiore trasparenza nei rapporti tra politica e denaro e tra politica e interessi particolari.
  3. Una normativa contro il conflitto di interessi. Una politica più personalistica e più legata a forme di finanziamento privato deve avere regole ferree per quanto riguarda le situazioni di potenziale conflitto tra interesse privato e interesse pubblico. Su questo tema l’Italia è disperatamente carente e le conseguenze sono state pagate nel corso degli ultimi 20 anni, non solo con il macroconflitto tra il Silvio Berlusconi imprenditore, imputato e politico, ma anche con tutti gli altri conflitti più o meno evidenti, non ultimo quello tra una parte del Partito Democratico e il sistema delle cooperative.
  4. Attuare la Costituzione. L’art. 49 della Costituzione è tutt’ora inattuato in larga misura. Una legge (magari “alla tedesca”) di regolamentazione organica dello status e del regime dei partiti politici appare necessaria per dare certezza giuridica a un ambito dove le tonalità di grigio sono decisamente prevalenti sul bianco e sul nero. I partiti hanno una natura sostanzialmente pubblicistica, però formalmente soggetti a un regime giuridico di tipo privatistico (sono “associazioni non riconosciute”), ma nei confronti della loro organizzazione e delle loro dinamiche interne non è mai stato realmente possibile far valere le norme del codice civile, proprio per questa doppia e ambigua natura e – nei fatti – il controllo è stato implicitamente delegato agli iscritti stessi. Ora potrebbe essere utile affrontare il tema di una “normativa-quadro” sui partiti e sul “metodo democratico” della loro azione, anche disciplinando per legge le competizioni primarie.

Come si vede, passare da una forma partito all’altra non è né facile, né indolore. Per questo le polemiche attorno al chi c’era e chi non c’era alla Leopolda sono state fuorvianti. Infatti, non vi è nulla di nuovo se una corrente di partito si riunisce per discutere di politica: avveniva nella vecchia DC (ovviamente con modalità diverse), avviene nel PD per altre componenti – ad esempio i civatiani si incontrano annualmente per un “politicamp” – e avveniva nel vecchio PDL. Nulla di nuovo neppure nell’intreccio tra politica, impresa e finanza, come insegnano anche i convegni della dalemiana “ItalianiEuropei” o il meeting annuale di CL.

Il tema vero, nascosto nel cono d’ombra, è la radicale trasformazione della nostra democrazia rappresentativa in qualcos’altro. Non è un tema da poco e andrebbe affrontato con coraggio. Altrimenti – per dirla con un programma del Grillo comico di 35 anni fa – “te la do io l’America”.

Marco Cucchini | Poli@rchia (c)

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