Il midterm segna il trionfo della “digital campaign”. Cambia tutto, ma non le leggi della politica

download13/11/2014 – Le elezioni politiche che si sono appena celebrate hanno visto crescere esponenzialmente il ruolo di internet nelle sue varie declinazioni e applicazioni. Non più solo giovani e progressisti, nella rete si muove agilmente anche la destra.

È abbastanza raro, su un autobus o in treno, o in un caffè, vedere e sentire gente impegnata in interminabili conversazioni a voce alta o intenta a “messaggiare” furiosamente. Il telefono cellulare in America è per lo più uno strumento – specie le più recenti generazioni di smartphone e relativi app – usato per entrare in rete, trovare informazioni, leggere mappe, prenotare una zipcar, cercare un sushi bar, o per partecipare alla vita dei social media. E anche per telefonare. Altrettanto consueto è vedere, nei caffè, sul treno e sul Greyhound, persone d’ogni genere, non solo giovani, chini sul proprio computer, spesso un Apple. La rete wi-fi è attiva pressoché ovunque. È una silenziosa e collettiva connessione, eppure individuale e atomizzata, con i luoghi della conoscenza d’ogni genere e dello scambio delle informazioni.

È in questo mondo parallelo – un mondo apparentemente metafisico che però ormai è parte della realtà e ne occupa sempre più lo spazio – che la politica americana si muove con sempre maggiore disinvoltura. Ed è anche su questo “terreno” immateriale che si giocano partite importanti, come insegnano molte delle recenti competizioni elettorali di medio termine.

Ma vanno subito sfatati tre luoghi comuni. 1) Il porta-a-porta on line non ha sostituito quello tradizionale, né lo sostituirà. La “guerra aerea” non elimina quella “terrestre”, nelle strategie dei partiti e dei candidati. Né elimina la tradizionale “guerra aerea” televisiva e radiofonica, che, in termini di soldi, continua ad assorbire il grosso dei finanziamenti. C’è integrazione, cooperazione e complementarità tra i diversi livelli. 2) La digital campaign non è roba solo per giovani ma ormai coinvolge tutte le fasce d’età. 3) Anche la destra, anzi le diverse destre della costellazione politica conservatrice, si sono impadronite dei nuovi strumenti. Insomma, non c’è più solo la micidiale macchina obamiana in azione, come nel 2008 e di nuovo nel 2012.

Questo scenario, secondo una ricerca del Pew Research Center, si è proposto dunque con particolare evidenza nel corso della campagna elettorale che si è appena conclusa. Il 28 per cento degli elettori registrati ha usato il telefono cellulare per avere notizie politiche e seguire i candidati. Nel 2010 era il tredici per cento. Sul versante dei social media, come Facebook e Twitter, si è passati dal sei al sedici per cento degli americani che seguono così i candidati e le altre figure politiche.

Secondo il Pew, elettori di tutte le età, più che nelle precedenti elezioni, sono entrati nel circuito on line, e la crescita più vistosa è stata notata nelle generazioni tra i trenta e i quarantanove anni. Qualcosa come il quaranta per cento degli elettori di quella fascia d’età (più del quindici per cento in più rispetto al 2010) si è informata con i suoi cellulari sulla campagna elettorale e il 21 per cento ha seguito i candidati e le figure politiche sui social media (sei per cento nel 2010). Sono percentuali uguali a quelle riguardanti gli elettori dai 18 ai 29 anni.

Ed ecco l’altra novità di rilievo, a cui prima abbiamo fatto cenno. Nella digital politics si fronteggiano ad armi pari democratici e repubblicani, sia sul fronte dell’”offerta” sia su quello della fruizione. I ricercatori del Pew osservano una certa differenza tra i due elettorali solo nel fatto che gli elettori repubblicani e gli indipendenti di tendenza repubblicana esprimono un desiderio maggiore di essere i primi – “prima degli altri” – a ricevere le breaking news politiche e dicono che usano i social media per ottenere un’informazione politica che non sia stata “filtrata” dai media tradizionali. Sia gli elettori democratici sia quelli repubblicani pongono ugualmente l’accento sulla possibilità di avere più profonde connessioni con i candidati che sostengono. Inoltre, la “politica digitale” va a braccetto con altri tipi di impegno e partecipazione alle tradizionali attività di mobilitazione e raccolta fondi per un candidato o per un partito.

Un altro dato che emerge dalla ricerca, e va contro certi cliché correnti, è che la realtà digitale non si sposa con l’effimero e il superficiale. Gli americani che seguono i loro candidati preferiti sui social sono tendenzialmente altamente coinvolti nei vari aspetti della campagna elettorale. Sono propensi a dare contributi finanziari e a dedicare tempo per attività di volontariato a favore del candidato di riferimento. In genere seguono anche i fatti politici e quel che fa il governo locale e quello centrale. Ma ecco il dato più interessante. Il 78 per cento degli americani che seguono le figure politiche sui social media dicono che i contenuti postati sui loro siti sono «mostly interesting and relevant», generalmente di interesse e rilievo.

Chi è impegnato professionalmente nel campo della “politica digitale” conosce già bene l’importanza dei contenuti. «Una fortunata espressione inglese sintetizza in poche parole una regola chiave della comunicazione (on line) content is king, ovvero “il contenuto è il re”, è l’elemento più importante per diffondere un messaggio». Così scrive Gianluca Giansante nel recente La comunicazione politica online (Carocci, 16 euro), una “bussola” indispensabile in questo ormai non più nuovo campo, ma in continua innovazione, che è la digital politics.

Queste elezioni appena celebrate in America segnano una svolta importante soprattutto nel senso che tutti i contendenti combattono ad armi pari, essendo ormai la destra egualmente capace di organizzare un’efficace macchina – direbbe Giansante – «per costruire consenso e stimolare la partecipazione».

«Nel 2012 – scrive Ashley Parker sul New York Times – sia la “battaglia terrestre” sia la strategia digitale furono un disastro per i repubblicani, divennero la barzelletta del mondo politico. Il partito era determinato a non ripetere quegli errori, e così i dirigenti sul campo si rimboccarono le maniche per rimettere a posto il sistema in questa tornata elettorale, mentre i democratici annunciavano il loro Bannock Street project, un ambizioso programma di mobilitazione elettorale».

L’assillo dei democrats era quello di mantenere la maggioranza al senato, mobilitando i settori tradizionali del proprio elettorato più restii a votare nelle elezioni di medio termine (e questa volta anche delusi dal partito e dal presidente) e a non disertare le urne (come invece poi è accaduto). Così all’inizio dell’anno furono investiti oltre sessanta milioni di dollari nel Bannock Street project, da mettere in campo in una decina di stati, coinvolgendo quattromila attivisti pagati.

Nel frattempo i repubblicani stavano costruendo la loro macchina, ma a livello nazionale, anch’essa soprattutto finalizzata a indurre il maggior numero di elettori a registrarsi e a recarsi alle urne. La messa a punto del nuovo sistema era basato su un accorto lavoro di spionaggio di quel che facevano i rivali dem per rafforzare il loro apparato digitale e “terrestre”.

Alla machine del Partito repubblicano si sono affiancati poderosi apparati propagandistici finanziati da gruppi e lobby dell’estrema destra, come la potente U.S. Chamber of Commerce (che ha investito dal dieci al venti per cento di pubblicità politica nel digitale) e Americans for Prosperity, il gruppo fondato e finanziato da Charles e David Koch, i fratelli miliardari arciconservatori, crociati dell’antiobamismo, che ha aggiornato il sistema tecnologico di AfP e ha investito 125 milioni di dollari in un’offensiva in ventisei stati, dove un esercito di volontari – opportunamente istruiti e connessi con il sistema informatico dell’AfP, ha bussato alla porta di 2,5 milioni di famiglie.

Il grosso dello sforzo dei repubblicani è stato rivolto al rafforzamento dell’hardware e al miglioramento della raccolta e dell’elaborazione dei dati. «In molti casi battiamo i democratici nel gioco in cui eccellono e in altri posti siamo alla pari», ha detto al NYT Reince Priebus, presidente del Republican National Committee.

La morale però ci porta alle vecchie leggi della politica, alle quali nessuna innovazione tecnologica si può sostituire. Aiuta, la tecnologia, in certi casi può rivelarsi decisiva, ma, specie nei momenti veramente trasformativi di fase politica, poco può fare per cambiare i rapporti di forza reali.

Così, è vero che i repubblicani hanno vinto anche grazie all’aggiornamento del loro apparato propagandistico. Ma, di nuovo, non sono riusciti ad andare oltre il loro perimetro tradizionale dell’elettorato bianco, anziano, conservatore, che normalmente va a votare nelle elezioni politiche di medio termine, al contrario di importanti segmenti demografici del bacino elettorale democratico. Ed è un problema che si ripresenterà tal quale, anzi in termini più seri, nel 2016.

Di converso, la formidabile Bannock Street project che prende il nome dal quartier generale della campagna condotta dal senatore Michael Bennet, democrat del Colorado, non è riuscita a ripetere quel miracolo. Bennet riuscì a vincere nel 2010 un’impossibile competizione, grazie a una campagna ipertecnologica che produsse un’affluenza alle urne più alta delle previsioni e tale da fare la differenza a suo favore. Come dice al NYT Guy Cecil, che diresse la campagna di Bennet e che è stato il responsabile della Democratic Senatorial Campaign Committee 2014, la macchina più sofisticata e più dotata di finanziamenti per indurre gli elettori a votare «è necessaria ma non è sufficiente per vincere».

Autore: Guido Moltedo | Fonte: europaquotidiano.it

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