USA: La cartina rossa delle elezioni di mid-term

USA: La cartina rossa delle elezioni di mid-term

18/11/2014 – Non si può dire che sia stato un risultato inaspettato, ma certo vedere ufficialmente la cartina degli Stati Uniti colorata quasi interamente di rosso in seguito alla vittoria del Grand Old Party nelle elezioni di mid-term ha colpito sia gli americani che l’intera opinione pubblica internazionale. Il Partito Repubblicano è riuscito ad ottenere dopo otto anni la maggioranza in entrambi i rami del Congresso strappandola ai Democratici con un ampio margine, soprattutto alla Camera. Qui, infatti, erano in palio tutti i 435 seggi: i repubblicani detengono ora 247 seggi contro i 188 dei democratici e per avere la maggioranza il numero chiave è 218. Mentre alla Camera la variazione dei seggi si è attestata a 13, al Senato la distanza tra i due partiti rimane ancora labile, dal momento che si sono rinnovati solamente 36 seggi su 100. Anche qui però il partito dell’“elefantino” mette in ginocchio l’avversario aggiudicandosi 22 seggi contro i 12 vinti dai democratici, arrivando ad un risultato complessivo di 45 seggi democratici contro 53 repubblicani (ne bastano qui 51 per avere la maggioranza). Al ballottaggio per il Senato è andato solamente uno Stato, la Louisiana che molto probabilmente sceglierà il proprio candidato all’inizio del mese di dicembre.

Perché non possiamo definirlo un esito totalmente inatteso? Innanzitutto è un fatto abbastanza normale che nelle elezioni di metà mandato il partito del Presidente riporti delle flessioni negative, secondariamente non si può ignorare che la figura di Obama e le sue politiche vengono in America costantemente criticate dalla maggior parte dei commentatori politici presentando percentuali della sua impopolarità sempre più basse. La medaglia ha però sempre due facce che in questo caso rappresentano i pro e i contro della vittoria dei Repubblicani e i pro e i contro della sconfitta dei Democratici.

Che il Partito dei Repubblicani ha stravinto è un dato di fatto, ma qual è il programma che ha permesso questa vittoria? A quanto pare nessuno. Come ha rilevato Dana Milbank sul Washington Post, il nuovo leader della maggioranza repubblicana in Senato, McConnell, aveva dichiarato poco prima delle elezioni che rivelare all’avversario le proprie mosse non è mai una buona idea e presentare un programma sarebbe andato incontro a questa eventualità. Ciò che i repubblicani hanno fatto fino ad ora è quindi una opposizione frontale a Obama che non ha avuto come base contro-proposte costruttive; si sono basati solamente sull’emotività degli elettori sui temi quali l’incapacità di fronteggiare ebola, l’ISIS e ovviamente le misure economiche e la politica interna.

Rinunciare però ad avere un programma e una leadership certa mette il Partito Repubblicano in una posizione molto difficile: dopo mesi di aperta critica i candidati repubblicani si trovano ad avere in mano le chiavi per poter manovrare la situazione e sapere come procedere non è solo una necessità di partito, ma anche un impegno verso gli elettori.

Obama d’altra parte in questi mesi ha lasciato dietro di sé molte perplessità in particolare nel modo di gestire le crisi nazionali e internazionali. Lasciando da parte la popolarità indicata come ai minimi storici (ma anche “manipolata” dai commentatori), sembra che il problema del Presidente sia una sorta di insensibilità verso l’opinione pubblica. Come spiega Joshua Green su Bloomber Businessweek “Obama affronta una crisi politica come se si trattasse di una ricerca intellettuale e sviluppa la sua risposta attraverso un processo profondamente razionale” che però lo porta ad allontanarsi dalle paure e dal bisogno di rassicurazione reale della popolazione. Non basta insomma dire che non c’è nulla di cui preoccuparsi e reagire poi in ritardo quando ad esempio il sistema sanitario che sembrava inattaccabile ha permesso la trasmissione del virus a due infermiere che stavano curando il medico Duncan a Dallas.

Poche sono le voci fuori dal coro che in questa sconfitta politica sottolineano le buone politiche di Obama. I dati però non mentono e qualche punto a favore del Presidente si può trovare: soprattutto sui temi finanziari ed economici le misure dell’amministrazione democratica hanno permesso l’arginamento di situazioni molto più gravi di quelle realmente avvenute e per quanto riguarda la disoccupazione al 10% nel 2010 essa è scesa ormai al 7%, mentre “l’Europa – nota Paul Krugman – non ha recuperato i posti di lavoro perduti e ha ancora un tasso di disoccupazione a due cifre”.

Complessivamente queste elezioni di mid-term sono state le più costose della storia: secondo la CNN sono stati spesi circa 4 miliardi di dollari, tra cui circa 2,7 miliardi provenienti dai candidati e dai partiti, mentre altri 900 milioni circa dai gruppi esterni.

Autore: Giulia Brioschi | Fonte: spinningpolitics.it

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