Lo sceriffo, gli zombi e il Patriot Act

Si è conclusa la prima parte della V Stagione di “Walking Dead” con l’abituale mattanza indiscriminata. WD è una serie televisiva americana, che immagina un mondo nel quale un virus ha trasformato gran parte degli abitanti in zombi voraci, che si aggirano giorno e notte in branchi divorando coloro che incontrano… Solo un pugno di persone qua e là nel pianeta riesce a sopravvivere attraverso indicibili dolori, paure e crimini.

L’idea dell’evento esterno che stravolge il normale corso delle cose obbligando persone comuni ad affrontare situazioni e sfide non comuni non è certo nuova. Solo per fermarci a tempi recenti, lo abbiamo visto in “Lost” e abbiamo iniziato a vederlo in “Leftovers”. Notiamo una cosa costante, una regola che si ripete invariabile: di fronte alle difficoltà, l’essere umano dà il peggio di sé, ogni forma di solidarietà viene a scomparire. La democrazia come strumento di decisione – anche su cose banali e quotidiane – viene soppressa e il controllo della situazione viene assunto da un capo con il fucile, che è sempre bianco, maschio, eterosessuale: la perfetta immagine dell’uomo che comanda secondo la cultura americana.

Vi è un costante processo di “educazione” degli americani (e dei cittadini degli altri paesi culturalmente sudditi) all’idea che di fronte alle difficoltà e alle situazioni di crisi l’unica soluzione sia l’abrogazione di ogni forma di garanzia e la concentrazione del potere nelle mani di un uomo solo che detiene il monopolio della forza. Le fiction sono una forma di svago, ma anche un bombardamento ideologico e questa ricorrente costruzione drammatica conduce a conseguenze politiche chiare: è la base culturale di accettazione degli orrori giuridici quali il Patriot Act o Guantanamo, ricordati dalla stampa (e dal Congresso USA) anche in questi giorni. Di fronte a un nemico esterno, di fronte a un virus, quale esso sia, la soluzione è sempre chiudersi in sé stessi: il giro di vite autoritario, la soppressione delle libertà costituzionali.

È molto istruttivo seguire fiction di questa natura. Ci fanno capire, infatti, come pensa il cittadino medio e che valore dia a principi che dovrebbero essere parte delle fondamenta costitutive della cultura americana. Per chi ha una formazione costituzionale, gli Stati Uniti sono la Dichiarazione d’Indipendenza, la santificazione della libertà individuale, la “Ricerca della felicità”, la guerra civile per una ragione nobile come la lotta lo schiavismo. In realtà,
nell’animo più profondo, gli Stati Uniti sono legati all’immagine del cavaliere solitario, del cowboy col fucile che riporta l’ordine in città, il suo ordine e chi non si conforma ad esso ne paga le conseguenze, anche estreme. Perché non c’è spazio per le negoziazioni, i compromessi, i pareri contrapposti.

L’ultimo episodio della serie si è aperto con un tizio che scappava. Aveva le mani legate, viene inseguito dall’Eroe. L’Eroe lo investe con la macchina e mentre il malcapitato agonizza sul selciato gli dice “dovevi fermarti”. Il tizio mormora un “non so neppure chi tu sia” al che, l’Eroe sibila “basta parlare” e gli spara una rivoltellata in fronte.
Questo è l’Eroe: l’Eroe per il pubblico medio americano e forse anche italiano, ma non per me.

A me i Rick Grimes tutti certezze, prepotenza e fucilate non piacciono e non sono mai piaciuti.

Autore: Marco Cucchini (c) Poli@rchia

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